Se cercate il suo nome su Wikipedia, troverete che “ha fotografato migliaia di artisti, letteralmente da gli Abba a Zappa”. In realtà, Michael Putland è molto più che un fotografo di rockstar: è un testimone.

Attento, creativo, mai banale, con le sue fotografie Michael Putland ha raccontato un pezzo di storia del costume occidentale degli ultimi cinquant’anni. Lo dimostra The Music I Saw, il libro che ha fortemente voluto pubblicare proprio in Italia, Paese che considera sua seconda patria. Il libro è un viaggio nel tempo e nello spazio in compagnia dei più grandi nomi della musica internazionale. Di questi personaggi Putland ci racconta la storia, il vissuto, e attraverso la forza e la spontaneità degli scatti arriva a condividere con ognuno di noi lo spirito e la forza emozionale di quei momenti.

Lei ha visto il meglio della musica degli ultimi cinquant’anni. Cos’è che la rende ancora entusiasta del suo lavoro? Si è mai annoiato?
“Annoiato? No, mai. Io sono stato molto fortunato, perché, sin da piccolo, ho avuto solo due grandi passioni, la musica e la fotografia. A sedici anni ho lasciato la scuola per fare l’assistente di un fotografo professionista, quando andavo al pub incontravo gente come gli Who, c’erano stimoli ovunque, erano tempi molto intensi artisticamente. L’elemento che fa in modo che io non dia mai per scontato quello che faccio è proprio la forza di queste passioni, sempre vive, mai fini a se stesse. Musicalmente, poi, ascolto di tutto, ho amato e amo particolarmente il jazz, ma anche la musica classica, l’opera e, ovviamente, il rock’n’roll, e il mio lavoro risente positivamente di questi miei gusti variegati. L’entusiasmo è una componente essenziale di quello che faccio e la varietà di scenari che il mio lavoro mi regala impedirebbe a chiunque di annoiarsi. Per queste ragioni, a dire il vero, il mio lavoro non l’ho mai sentito come un lavoro vero e proprio. Piuttosto, lo considero un privilegio. ”

Lei è uno di quei pochi maestri della macchina fotografica di cui gli artisti si fidano ciecamente… 
“È vero, sono stato abbastanza fortunato e più o meno tutti gli artisti che ho fotografato sono stati generosi e sinceri. Non sono uno da fotografie patinate, da troppe luci e troppi accorgimenti; cerco di cogliere l’espressione di un momento, di un’emozione, che sia personale o collettiva, ma quello che vedo attraverso l’obbiettivo deve farmi sentire qualcosa. Quando mi avvicino a qualcuno per fotografarlo, quello che cerco è un varco, un ponte tra me, tra la mia macchina fotografica e la sua anima. Questo è quello che cerco di fare ogni volta. E direi che mi è sempre andata piuttosto bene.”

Questo varco è sempre stato facile da trovare?
“L’unico personaggio con cui ho faticato un po’ a entrare in sintonia è stato Van Morrison. Si era creata un po’ di tensione tra noi, perché Van non è una persona facilissima da approcciare. Poi, però, mi sono ricordato di un musicista che avevo fotografato e che conoscevo abbastanza bene, Georgie Fame, un tastierista che aveva suonato con lui in diverse occasioni, e quello è stato lo spunto per parlare amichevolmente di musica, ma anche di tour, di città, di bar e di molto altro. Alla fine, siamo riusciti a vincere ogni diffidenza e a trovare dei punti di contatto.”

In questi ultimi anni, gli artisti regalano molto di se stessi attraverso i social media, postano commenti, selfie, foto, si espongono moltissimo ai propri fan. Si è perso qualcosa in termini di fascino e sacralità dell’immagine?
“I tempi sono cambiati, indubbiamente. L’industria musicale è altrettanto cambiata, ma, nonostante il mio nome sia inevitabilmente legato a quello delle rockstar degli anni Settanta, continuo a lavorare e con molta soddisfazione. Purtroppo, non sono più i tempi d’oro in cui volavi a Sydney per un servizio, poi a New York, alloggiavi nei migliori hotel ed eri coccolato e trattato come se fossi tu stesso una star… Ma anche adattarsi rappresenta una bella sfida.”

C’è un personaggio che avrebbe voluto ritrarre ma che non è mai riuscito a fotografare? 
“Be’, Maria Callas, Frank Sinatra, che ho visto solo un paio di volte in concerto e, nel jazz, sicuramente John Coltrane. Ma non posso lamentarmi, negli anni Settanta, quando lavoravo davvero ogni giorno, ho fotografato tutti. Non ci sono degli scatti che ho mancato, ma ci sono state alcune fotografie che avrei potuto, o forse dovuto, evitare di scattare, magari per delicatezza.”

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