Sei minuti che cambiano tutto: Bohemian Rhapsody è il cuore dell’album della svolta.

Nel 1974 i Queen si trovano in una posizione finanziaria precaria, con più di qualche debito verso la Trident, la casa di produzione che aveva gestito i loro primi dischi. Durante il tour americano, la band cerca un diversivo e si accorda con John Reid, da quattro anni manager per Elton John, così nell’agosto del 1975 si passa definitivamente alla EMI.

Fino a qui, il suono del gruppo era stato derivativo e non aveva ancora un carattere ben definito: i riff scopiazzavano principalmente da Sweet, Black Sabbath e Led Zeppelin, con una piacevole alternanza fra prog e hard-rock. Nel nuovo disco, l’impalcatura di riff blues-rock dei Led viene integrata con elementi operistico/classici e una quantità spropositata di lavoro di studio. E come i Beatles avevano giocato in studio per la realizzazione dei loro album più importanti, anche i Queen useranno le macchine per innovare il loro suono.

È May a dichiarare programmaticamente: “Volevamo che A NIGHT AT THE OPERA fosse il nostro SGT. PEPPER”.

a night at the opera

Per evitare la tensione della metropoli londinese, i ragazzi decidono i Rockfield Studios, una fattoria riconvertita a studio nel Galles sudorientale. La produzione viene affidata a Roy Thomas Baker, all’epoca apprendista di studio presso la Decca Records. Il disco diventa un pretesto per riportare l’opera barocca nel rock, cosa che non è di per sé una novità: molti gruppi prog avevano inserito elementi classici nel rock. L’approccio dei Queen aggiunge all’estetica seriosa dei capelloni con i pantaloni a zampa un tocco pop, riuscendo a costruire un pezzo simbolo: Bohemian Rhapsody, primo singolo estratto dall’album.

«Bohemian Rhapsody non è solo un mix di stili contrastanti pensato a tavolino: il singolo viene infatti concepito durante la presa di coscienza dell’omosessualità di Freddie, ed è questa contrapposizione di sensazioni a creare un’intensità unica, che si traduce magicamente in una delle pietre miliari del rock»

Testo di Marco Braggion.
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