Lo scontro più classico del rock è sempre stato Beatles contro Rolling Stones. Eppure, fu un’immaginaria rivincita sugli Who a ispirare il tonante capolavoro dei Fab Four.

Nell’estate del 1968, Paul McCartney stava leggendo il «Melody Maker» quando si fermò su una frase di Pete Townshend. “Pete aveva detto: ‘Abbiamo scritto la canzone rock’n’roll più sguaiata, rumorosa e maledetta che possiate mai sentire’”, ricordava McCartney. “Non sono mai riuscito a capire a che brano degli Who si riferisse, ma leggere quello che diceva mi stranì: avevo sempre cercato di scrivere cose diverse, cercando di uscire dai soliti cliché, e quella frasetta fu sufficiente a mettermi in moto. Pensai che avremmo dovuto fare una canzone tipo quella, qualcosa di davvero selvaggio, e così scrissi Helter Skelter”.

In quell’estate, McCartney stava riflettendo su alcuni aspetti della sua infanzia, mescolati al senso di smarrimento che si era diffuso in tutto il mondo. “Usavo il simbolo dell’helter skelter, quei grandi scivoli elicoidali dei lunapark in Inghilterra, per raffigurare un viaggio dalla cima al fondo – tipo l’ascesa e caduta dell’Impero romano – un simbolo della caduta, del precipitare a terra”, spiegò.

Il 18 luglio i Beatles impararono la canzone, e ne registrarono tre take estese negli studi di Abbey Road. Le prime due erano rispettivamente di 10 e 12 minuti, mentre la terza arrivava fino a 27’11’’. Un estratto di quattro minuti di quest’ultima, pubblicato su ANTHOLOGY 3, vede il brano suonato a metà velocità, simile a un cugino di secondo grado di Yer Blues. McCartney ha giocato molto col titolo, visto che altri bootleg lo mostrano ogni tanto cantare ‘Hell for leather’ al posto di ‘Helter Skelter’.

Quando la notte del 9 settembre il gruppo rivisitò il brano, secondo l’assistente tecnico Brian Gibson erano “totalmente fuori di testa”. In una maratona di sette ore, completarono 18 take della canzone, con Ringo alla batteria, John al basso e Paul e George alle chitarre. Fu il secondo brano registrato dal gruppo con il nuovo mix a otto piste della EMI.

A ogni nuova take, il gruppo si avvicinava sempre più al maelstrom che McCartney aveva in mente.

“Dicemmo ai tecnici di potenziare il sound della batteria e renderlo il più forte e orribile possibile”, ricordava McCartney, “poi la risuonammo e dicemmo: ‘No, è ancora troppo normale. Dev’essere più rumorosa e sporca’”. Chris Thomas, che sostituiva George Martin nel ruolo di produttore, ricordava: “Fu una sessione molto indisciplinata. Mentre Paul realizzava l’overdub vocale, George diede fuoco al posacenere e si mise a correre per lo studio tenendoselo sopra la testa, imitando Arthur Brown!”. [La prodezza di George era ispirata da Fire, brano di The Crazy World of Arthur Brown, che quell’estate era una hit in UK].

L’ultima take, la n. 21, fu registrata alle 2:30 del mattino e fu quella giusta. Finì con un’esplosione di feedback e con il grido immortale di Ringo: “Ho le vesciche alle dita!”. “Non era uno scherzo”, disse McCartney. “Aveva pestato sulla batteria così ferocemente che alla fine della take le dita gli sanguinavano sul serio. Abbiamo lavorato davvero sodo su quel brano”.

“Helter Skelter la realizzammo mentre eravamo pazzi scatenati in studio”, disse Ringo. “A volte devi lasciarti andare sul serio”.

A dispetto dei suoi 50 anni di vita, Helter Skelter è ancora capace di meravigliare. Sul WHITE ALBUM si trova dopo l’acerba ballad di Lennon, Sexy Sadie, e l’intro di chitarra effettata è come una sega elettrica che prende vita, dando il via a un groove spietato che sembra quasi scavare una voragine nel pavimento dello studio. Il brano ha un sapore ipnotico, spiraleggiante, che ti attira nel suo vortice vischioso. E per gli esperti di urli rock, il ruggito di McCartney al minuto 2’35’’ rimane uno dei momenti più elettrizzanti ascoltabili nei vinili anni 60.

L’atmosfera minacciosa di Helter Skelter fu resa ancora più cupa l’anno dopo quando Charles Manson, leader di una setta da lui fondata, ne rimase ossessionato – oltre che da tutto il WHITE ALBUM – al punto da ritenerla una profezia in codice per l’imminente apocalittica guerra razziale. Col tempo, il biasimo dato dall’associazione a Manson svanì e la canzone fu ripresa da molti gruppi, compresi U2, Oasis, Mötley Crüe, Aerosmith e Stereophonics. Dal 2004 è uno dei momenti chiave dei concerti di Paul McCartney e resta il brano più rock dei Beatles. “Era esattamente questo che volevo fare – un rock’roll sguaiato e rumoroso con i Beatles”; disse McCartney. “E credo che sia ottimo”.

Testo a cura di Bill DeMain.

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