Le migliaia d’interviste rilasciate da Frank Zappa a testate, musicali e non, di tutto il mondo ci restituiscono il pensiero critico di una delle più grandi figure del Novecento che hanno adornato il mondo del rock, della musica contemporanea, della creatività e della
satira. Fedele a uno stile di vita che trova nel fare, nel pensare e nell’esprimere le sue ragioni di essere e comunicare, Zappa non faceva quasi nient’altro: produceva, commentava, insegnava. Un maestro.

Ci ha provocato in tutti i modi. Ha perfino dichiarato di aver usato il rock solo perché non aveva altri modi di presentarsi come compositore contemporaneo. Nell’apertura estetica delle frontiere della musica, ha lavorato sul teatro, sul video, sull’animazione, sulla danza, in una visione globale delle arti performative. Nella critica sociale, ha demolito tutti gli obiettivi più sensibili, nella convinzione che non esista nulla di sacro e d’intoccabile. Nella formazione di tutti noi, ci ha insegnato ad auto-educarci, a non sottometterci, a non dare mai nulla per scontato, a lottare.

Ricostruire il suo messaggio, le sue pillole di saggezza, di pensiero libero e speculativo, di agit-prop fuori dagli schemi ideologici, è una missione che solo in parte è stata intrapresa, e c’è ancora molto da fare. Zappa ha teorizzato il suo sapere musicale e le sue intuizioni esistenziali in chiave analitica, sociologica, semiotica, e in ciascuno di questi campi ha rivelato la tempra del maestro. In questo breve contributo, ci occupiamo del suo pensiero politico. Che giace già, ancora pulsante e stimolante e vivacissimo, nella sua musica e nei suoi testi cantati. Che fin dall’inizio della sua carriera ci ha offerto, ieri oggi e per sempre, nei dischi, sontuose e provocatorie sintesi espresse nella forma della parodia e nello stile del “politicamente scorretto”.

Ma poi, c’è quel gran tesoro delle interviste, nelle quali ci teneva a esprimere il suo pensiero critico sulla società in modo molto più articolato di quanto potesse fare entro i confini, pur da lui sfondati spesso e volentieri, della forma canzone. A questa via di comunicazione alternativa, nei canali del giornalismo (di cui diffidava, ma a cui si prestò generosamente), Zappa cominciò a dedicarsi in modo intensivo in prossimità delle prime sue tournée europee, perché voleva esser certo che il pubblico arrivasse ai suoi concerti preparato ai temi che svolgeva nelle sue canzoni, al di là delle barriere linguistiche e, laddove si parlava inglese, della scarsa conoscenza della situazione sociopolitica americana.

Le sue prime interviste estese sono una sorta di espansione delle idee sintetizzate in certi brani del primo album FREAK OUT!, la manipolazione delle coscienze da parte del Sistema americano in Hungry Freaks, Daddy, e del secondo ABSOLUTELY FREE, dove in Brown Shoes Don’t Make It si scagliava contro i governanti, i legislatori e i politici in generale: nient’altro che degli infelici, i quali “fabbricano leggi e regolamenti impossibili, forse senza sapere che tutte quelle restrizioni imposte dalla società a noi giovani non sono che il risultato delle loro frustrazioni sessuali nascoste”, come egli stesso scrisse nel 1967 su un commentario pubblicato da «International Times», bibbia della controcultura inglese, per preparare il pubblico londinese ai suoi imminenti concerti.

Così, divenne uno degli spokesmen più articolati della sua generazione, e continuò a farlo per tutta la vita.

L’articolo completo, a cura di Gianfranco Salvatore è su Classic Rock n. 73, in edicola e in digitale, disponibile qui.

Commenta Via Facebook