Benché Dylan abbia sempre negato un nesso fra i contenuti di BLOOD ON THE TRACKS e i rovesci della sua vita sentimentale, è un dato di fatto che nel 1974 il matrimonio con Sara Lownds fosse in piena crisi (si sarebbe concluso tre anni più tardi con il divorzio) e dunque la tentazione di interpretare in senso autobiografico la natura confessionale di quelle canzoni resta fortissima.

Comunque sia, le stesse spartane modalità d’incisione e gli arrangiamenti scarni scelti fanno di quel disco un’opera dolente e profonda, che non a caso Jakob Dylan associa esplicitamente al disfacimento della sua famiglia d’origine (“When I’m listening to BLOOD ON THE TRACKS, that’s about my parents”) e il biografo di Dylan Clynton Heylin descrisse efficacemente come il più classico dei divorce album (“songs filled with the full spectrum of emotions a marriage on the rocks can engende”).

Quarantaquattro anni dopo, il 14esimo volume della Bootleg Series punta i riflettori sulla gestazione di quel disco, uno dei più fortunati e rispettati dell’intera carriera di Dylan. MORE BLOOD, MORE TRACKS è infatti l’integrale delle session che lo produssero, ordinato in sequenza cronologica (dalla prima seduta del 16 settembre all’ultima del 30 dicembre 1974), rimixato, riportato alla velocità originale (all’epoca Dylan chiese al produttore Phil Ramone di accelerarli) e spalmato su 6 Cd per un totale di 358 minuti di musica.

A dispetto delle quindici settimane intercorse dall’inizio alla fine, Dylan completò l’intero lavoro in appena sei giorni, quattro dei quali passati agli A&R Studios di New York e due allo Studio 80 di Minneapolis (dove Dylan ritornò su molte decisioni).

Dylan registrò le dieci canzoni che avrebbero composto la scaletta definitiva una dopo l’altra, praticamente live, senza servirsi delle cuffie.

Attraverso le ripetizioni delle esecuzioni (in solitudine, con il solo basso, con l’organo, con la band al completo), le prove e le false partenze, abbiamo il privilegio di rivivere in presa diretta la fatica e la meticolosità del lavoro di studio, toccando con mano quell’ossessivo labor limae attraverso il quale Dylan arrivò poi al risultato finale.

Ciò che più affascina è confrontare le diverse take: una diversa dall’altra. Delle session di Minneapolis sono sopravvissute solo quelle finite su disco, ma la vera sorpresa è il materiale newyorchese: un’esplosione di creatività. Per arrivare a definire You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go furono necessarie dodici esecuzioni, per Buckets Of Rain undici, per Tangled Up In Blue dieci, per Shelter From The Storm appena quattro (per la cronaca, sul disco finì l’ultima).

A completare il box set, un libro di 122 pagine pieno di Photographs, Writings and Memorabilia, compreso il famigerato notebook in cui Dylan annotava i testi delle canzoni nel loro divenire. Il godimento è assicurato.

L’articolo completo, a cura di Maurizio Becker, è su Classic Rock n. 73, in edicola e digitale, disponibile qui.

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