Non dimenticherò mai la notte dell’8 dicembre 1980. Erano ancora gli anni di piombo.

Abitavo a Roma, in via Nomentana angolo Sant’Angela Merici, a pochi metri dalla casa di Cesare Zavattini. Di fronte al mio palazzo c’era la sede “segreta” della Digos. Qualche mese prima – saranno state le tre del mattino – ero stato svegliato da un boato tremendo che fece saltare tutti i vetri delle finestre: i terroristi avevano messo una bomba all’ingresso della villetta dove operava la Digos. Dopo quello shock, qualunque rumore improvviso, anche lo squillo di una telefonata in piena notte, ti faceva saltare.

Erano quasi le quattro e dormivo con Patrizia, la mia compagna che presto sarebbe diventata la mia seconda moglie, e al terzo, quarto squillo, dopo l’inevitabile sobbalzo e col cuore a mille, ci fissammo negli occhi temendo il peggio, per un genitore, un parente o un amico. A quell’ora? A quell’ora, a New York erano le 22 (del giorno prima)…

Sì, a chiamarmi da New York era un mio amico e collega di rock, Maurizio Baiata, che un anno prima si era trasferito a Manhattan e collaborava come corrispondente dagli USA per un programma radiofonico di Radio 1. “Maurizio?! Ma lo sai che ore sono?”, pensai subito, ecco non ha pensato al fuso orario, sarà uscito da un concerto e mi chiama per parlarmene, ma non avrà fatto caso alla differenza di orario. Ci sentivamo spesso per aggiornarci su eventi importanti, ma in orari “normali”.

Maurizio era stato anche un mio collega di «Ciao 2001» e come me non s’interessava solo di pop e di rock ma anche di elettronica, di avanguardie, di contemporanea, di jazz rock, ed eravamo molto in sintonia.
“Maurizio?! Ma che succede?”.
“Renato – rispose con la voce molto agitata e carica di emozione – È morto John Lennon… Gli hanno sparato cinque colpi, l’hanno appena ammazzato”.
“No! Ma che dici?”.

Mi rivolsi a Patrizia sconvolto, “Che succede, che c’è?”, mi domandò. “Hanno ammazzato John Lennon!”, dissi fra le lacrime che mi sgorgavano. “Maurizio, ma com’è successo, chi è stato? Perché?”. Dall’altro capo del filo, Maurizio piangeva anche lui: “Ho visto il suo sangue sul pavimento nell’androne del palazzo, appena ho saputo la notizia, mi sono precipitato al Dakota, sulla Settantaduesima, io abito al Village e non è distante. Lo avevano portato in ospedale da poco. Ho visto subito da lontano il capannello di gente sconvolta, sirene, luci impazzite, nastri di sbarramento, cordoni di polizia. Mi hanno fatto passare perché ho esibito la tessera stampa americana, sono riuscito ad avvicinarmi e ho visto il sangue di John per terra”.

Il nostro John Lennon.

john lennon

Non ci potevo credere, il più pacifico degli uomini, l’uomo che aveva scritto di “immaginare un mondo senza violenza e senza guerra”. Per noi, John non era solo un grande artista, era un punto di riferimento, un filosofo, un leader carismatico del libero pensiero e della musica, un poeta immenso. E Maurizio, stravolto, in quel momento ha pensato di doverlo dire subito a qualcuno in Italia, di dover urlare quella tragedia avvenuta quasi sotto i suoi occhi, di doverla raccontare in Italia a noi, ai suoi amici, ai colleghi, di farlo sapere al resto del mondo, di poter condividere quel dolore. E ha pensato a me anche per informare qualcuno in RAI, visto che collaborava al mio stesso programma, magari pensando di potersi connettere telefonicamente con la radio, se esisteva una possibilità in diretta in quel momento…

Ancora sotto shock, telefonai in Rai. Feci tutti i numeri che conoscevo, dal centralino al direttore di rete, alle redazioni del GR. Per 5-10 minuti nessuno mi rispose, poi riuscii a farmi passare lo speaker di turno che subito disse: “Io senza il direttore o un caporedattore non posso dire nulla”; mi passarono il famoso “funzionario di servizio” che dopo un vero e proprio interrogatorio, …ma lei chi è, ah… ma come faccio a sapere che è davvero lei, “be’ le do il mio numero, mi richiami”… provai a dirgli. “Ma, ora vedo cosa posso fare”.

Gesù, John è morto e questo non batte ciglio, non mi fa andare in onda, non chiede il numero di New York di Maurizio per avere una testimonianza in diretta su quello che è successo… Silenzio per altri 10-15 minuti, poi finalmente al telefono arriva un collega del GR in notturna che mi dice: “Ma scusa Marengo, ma tu sei sicuro?… Sei proprio certo che hanno ammazzato John Lennon? Qui sulle agenzie non c’è nulla, Ansa, ADN Kronos, Italia, niente”. “Ma guarda le agenzie straniere!”, gli dico. Aspettai altri 10 minuti. Si saranno fatte le 4.30, quasi le cinque, John era morto e io e Maurizio non riuscivamo a farlo sapere ai tanti che lo amavano in Italia.

La notizia fu data solo col GR delle 8.

L’editoriale a cura di Renato Marengo è su Classic Rock n. 73, in edicola e in digitale, disponibile qui.

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