Nel 1978, in Italia escono dischi molto importanti. Volevamo selezionarne venti da analizzare e ricordare al pubblico, ma ci siamo resi conto che ne restavano fuori alcuni fondamentali. Ecco allora la decisione di dividere in due questo articolo. Sono dischi arcinoti oppure rarissimi, di culto o di classifica. Dischi che compiono quarant’anni e in molti casi non li dimostrano.

ALICE – COSA RESTA… UN FIORE
C’era una volta una ragazzina di Forlì di nome Carla Bissi che amava tanto cantare. Nel 1971, a soli diciassette anni, partecipa al Festival di Castrocaro classificandosi prima con Tanta voglia di lei dei Pooh. L’anno dopo è al Festival di Sanremo con Il mio cuore se ne va e poi alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia con La festa mia, che si aggiudica la “Gondola d’Argento”. Nonostante tutto, non succede granché. Passa qualche anno e nel 1975 eccola rispuntare con un nuovo nome, Alice Visconti, venuto fuori dalla fantasia del suo produttore Giancarlo Lucariello, già insieme ai citati Pooh. Dopo tre 45 giri e un Lp (LA MIA POCA GRANDE ETÀ) pubblicati dalla CBS qualcosa comincia a muoversi, grazie anche a un combo d’autori che le cuce addosso delle buone canzoni adatte alle sue corde sia vocali, sia d’interprete. Una di queste, Io voglio vivere, compare nel successivo COSA RESTA… UN FIORE, naturale seguito del percorso iniziato nel precedente.
alice

CLAUDIO BAGLIONI – E TU COME STAI?
“E tu come stai?” esce nel dicembre del 1978, pubblicato dalla CBS e arrangiato da Ruggero Cini. Nel marzo del 1979, il 33 giri viene tolto dalla distribuzione e provvisoriamente sequestrato a causa di un esposto della vecchia casa discografica del cantante, la RCA. La faccenda verrà successivamente risolta: E TU COME STAI? tornerà sul mercato, si aggiudicherà il disco d’oro e verrà distribuito anche in versione spagnola (UN POCO MAS) e francese (COMMENT TU VAS). L’album è composto da nove tracce, ognuna è un racconto che restituisce una precisa sensazione: un accelerando del cuore in corsa, per l’avvicinarsi di un’emozione, un rallentando di una vista lontana, da guardare distaccati, seduti al bar. Tutto il disco è un insieme di episodi, di racconti, che presi da soli sono singole cartoline e invece, ascoltati in sequenza, divengono viaggio fatto di suggestioni e memorie, rare e preziose.
claudio baglioni

LUCIO BATTISTI – UNA DONNA PER AMICO
A un mese dall’uscita, è già il quarto album più venduto del 1978: quasi un milione di copie. Resterà al primo posto per ben 14 settimane consecutive. UNA DONNA PER AMICO è uno dei dischi di maggior successo e meglio riusciti della produzione pre-Panella: con Mogol che porta a casa strofe e ritornelli entrati di diritto nella storia della canzone e Geoff Westley, arrangiatore e produttore, che regala al lavoro sonorità internazionali, piene di funky ma anche dell’emergente pop elettronico, fra echi blues e jazz. Una curiosità: all’interno dell’album il testo di Perché no ha due strofe in più rispetto al brano inciso: Mogol raggiunse Battisti in studio in Gran Bretagna e completò e modificò alcuni testi. La base di Perché no però era già stata completata e non c’era posto per quelle due strofe, ma nessuno lo segnalò al reparto grafico prima che la busta venisse stampata.
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LEO DAVIDE – IL MIO DIARIO
Giovanni Ullu è noto come autore di molti successi per Patty Pravo, la Schola Cantorum e altri artisti come Gilda Giuliani, Paola Turci, Ornella Vanoni, Riccardo Fogli e l’Equipe 84; ma il suo debutto avviene come cantante, grazie a Tito Schipa jr che lo vuole tra gli interpreti dell’opera rock Orfeo 9 e gli affida l’interpretazione di due brani, L’alba e Vieni sole. Nel 1978 debutta come cantautore e pubblica a distanza di pochi mesi 2 album, il primo, ULLU, per la RCA Italiana e il secondo, IL MIO DIARIO, usando lo pseudonimo Leo Davide per la Philips. Quest’ultimo è un album musicalmente vario, i punti deboli sono i testi, non tutti riusciti, e la voce di Ullu, abbastanza impersonale.
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FABRIZIO DE ANDRÈ – RIMINI
Dopo l’introversione dell’ottavo volume con Francesco De Gregori, la narrazione esplicita e l’esuberanza di Massimo Bubola porta le riflessioni comunque amare di Fabrizio dentro atmosfere più dirette, più suonate, decisamente più rock. Non è conciliante nei testi RIMINI, ma musicalmente è un album aperto, ritmico, potente come mai prima, divertente anche, con le brillanti intuizioni folk rock, le precognizioni della world music, lo studio meticoloso, la ricerca. Questo è l’album del passaggio, c’è dentro tutto il passato e il futuro dell’artista, chiude con una politica deludente e ha in nuce tutti i mondi futuri che Fabrizio svilupperà nei meditati album a venire.
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FRANCESCO DE GREGORI – DE GREGORI
A due anni da BUFALO BILL, il 10 aprile viene pubblicato il nuovo album di Francesco De Gregori: il titolo è il suo cognome, in copertina il cantautore gioca da solo a pallone in un campo brullo e desolato. Si tratta di un disco che arriva dopo un periodo particolare per Francesco, segnato dal famoso processo al Palalido di Milano il 2 aprile 1976 ad opera di alcuni ragazzi appartenenti ai collettivi politici studenteschi, che per qualche tempo gli fa pensare di ritirarsi e di aprire una libreria. Ma è un periodo anche di cambiamenti personali: De Gregori si è sposato con Chicca e sta per diventare padre di due gemelli, Marco e Federico e dall’ascolto di questi 9 brani emerge questa nuova situazione più tranquilla e risolta, merito dei testi (privi degli ermetismi e delle metafore che avevano caratterizzato il cantautore) e degli arrangiamenti.
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FAUST’O – SUICIDIO
Chissà perché quando si parla di Fausto Rossi in arte Faust’O (da pronunciarsi con la O chiusa alla francese), e in particolare del suo primo album SUICIDIO, sembra obbligatorio citare Bowie, i Roxy Music, gli Ultravox e compagnia bella. Nulla di male, d’accordo, perché è vero che le sonorità sono quelle e i testi rasentano anch’essi la nevrosi, ma in questo caso la genialità dell’autore stette piuttosto nel prosciugare, violentandoli, i suoi veri modelli, che con la new wave non avevano nulla a che vedere. Quali? Innanzitutto Beatles, Beatles, Beatles, e ancora Beatles nella loro incarnazione più malata (Helter Skelter per esempio, che Fausto adora). Poi arrivano Stones, Velvet, Kinks, 10cc e persino T. Rex. Si aggiunga infine una copiosa spolverata di punk, qualcosina di Japan, Cabaret Voltaire e Clock DVA e nel 1978 il SUICIDIO fu servito: cinico, glabro, affilato, purulento.
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EUGENIO FINARDI – BLITZ
Anticipato dai singoli Affetto e Cuba, BLITZ (1978) presentò un Finardi curiosamente introspettivo. Il groove era la consueta mistura tra rock-jazz e una voce hard-blues, ma le tematiche apparvero subito molto più intimiste rispetto alla durezza dei primi tre album. Domande perniciose, specie se accompagnate da dubbi irrisolti, dilemmi freudiani e una visione incerta del proprio futuro. E infatti BLITZ di risposte non ne diede. L’unica cosa che sembrò evidente, fu che anche l’Eugenio stesse per cedere all’imminente riflusso. Ricomporrà infatti la propria infanzia in Northampton, genn. ’78, troverà le proprie inclinazioni in Affetto, si sbarazzerà degli estremismi in Guerra lampo, e in capo a un anno finirà per fare Quindici bambini e Ridendo e scherzando, ripudiare mamma Cramps e trincerarsi nella rassicurante e borghesissima Carimate. Mai e poi mai lo si potrebbe biasimare, ma è quasi certo che BLITZ fu l’ultimo sussulto del Finardi duro e puro.
finardi

L’articolo completo, a cura di Andrea Direnzo, Antonella Putignano, Daniela Esposito, Vito Vita, Alberto Marchetti, John N. Martin è su Vinile n. 15, disponibile qui.

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