Simili, identiche, ispirate, sono molte le copertine decisamente derivate da altre precedenti. Come per i plagi musicali, alcune volte è il caso a essere beffardo, altre volte la malafede è evidente. Qui sicuramente non vale la scusa “Però le note in fondo sono sette”.

Per le controculture italiane degli anni Settanta, il 1973 rappresentò un punto di non ritorno: si chiuse gradualmente l’era dell’underground e si aprì quella della politicizzazione di massa. In una manciata di mesi, studenti, operai e creativi si compattarono in un solo corpus antagonista, e la lotta di classe si estese a ogni livello di militanza, anche clandestina.

Un cambiamento radicale che tradotto in termini musical-discografici preluse alla fine del rock progressivo storico, ai suoi orpelli e alla sua cervellotica simbologia. Figure sempre più minacciose presero il posto di guru e ghirigori (ricordate la pistola degli Area?), e sicuramente il 1973 non fu l’anno migliore per scherzare col fuoco, specie per coloro che si rivolgevano a un audience “alternativa”.

Eppure, chissà perché, nessun segnale d’allarme risuonò nelle teste di Cesar Monti e Wanda Spinello quando innestarono nella copertina di ZARATHUSTRA – album d’esordio dei genovesi Museo Rosenbach – nientemeno che un busto di Mussolini, condannando la band all’ostracismo e al successivo scioglimento.

E sì che era tutto partito con un’idea degna di Picasso, venuta al bassista Alberto Moreno: una testa del profeta Zoroastro assemblata con colonne e templi greci. Un’immagine intenzionalmente ecologista, bocciata però dalla Ricordi che preferì rappresentare la mostruosità della guerra e l’empietà del potere. Monti ci pensò, fece il resto, e ne sortì una tra le cover più disturbanti della discografia italiana. Peccato che il trinomio sfondo nero + Mussolini + Nietzsche fosse quanto di meno compatibile con una generazione sempre più rigorosa e ostile ai doppi sensi.

Probabilmente, il suo ideatore, abituato da tempo ai più virginei Battisti, Pappalardo, Dik Dik e Banco, non ci fece molto caso, e l’Italia perse uno dei migliori gruppi di progressive italiano allora sulla piazza. Curiosamente però, la geniale intuizione della testa orrorifica sopravvisse, e proprio mentre Cesar Monti tornava in Italia dopo due anni trascorsi a New York, l’Inghilterra sfornava un’altra pietra miliare dell’antimperialismo in vinile, e, guarda caso, con le stesse sembianze di ZARATHUSTRA.

Parliamo di DECEIT (= “inganno”) secondo e ultimo Lp del trio londinese This Heat, pubblicato nel settembre 1981 per la Rough Trade Records, e universalmente acclamato quale capolavoro del post-punk sperimentale, ecologista e anti-nucleare.

Ad ambasciarlo il collage di un’altra testa, ma stavolta ancora più agghiacciante di quella del Museo, e coniata per l’occasione dalla designer Laurie Rae Chamberlain e dallo Studio 54. È un volto fossilizzato a causa di un’esplosione nucleare, i cui occhi non ci sono più, e il resto è un’orrida smorfia di stupore, terrore e irrisione. Sangue e frammenti lo hanno trasformato in una mummia espressionista e, quasi dieci anni dopo ZARATHUSTRA, in una nuova icona della bestialità umana. Nessun plagio, crediamo, solo molte affinità. Perché le idee, quando sono buone, non invecchiano mai.

L’articolo a cura di John N. Martin è su Vinile n.16, disponibile qui.

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