Compie cinquant’anni il ’68. L’effetto dirompente delle contestazioni e della conflittualità di quei mesi fondamentali è ancora oggi discusso e analizzato. Ma la colonna sonora in Italia qual è stata? Abbiamo scelto venti album cercando di coprire tutta la musica italiana: quella da classifica e quella dei complessi beat, quella della riscoperta popolare e quella d’autore.

Giorgio Gaber – L’ASSE D’EQUILIBRIO

È il disco che nel febbraio 1968 chiude il rapporto con la Ri-Fi Records e viene pubblicato quando Gaber sta già lavorando a nuove canzoni destinate a un’altra etichetta, la Vedette. Le canzoni del disco si prestavano alla narrazione, anche teatrale, della storia di un individuo, sulla traccia di ciò che verrà poi realizzato con Il signor G; anzi, qui il protagonista è proprio un cantante, perché oltre a Suona chitarra anche Canta (che ti passa la paura) ritorna sugli scopi e sull’utilità delle canzoni come strumento di comunicazione culturale e non soltanto di intrattenimento. E non è un caso che poi La Chiesa si rinnova ed Eppure sembra un uomo finiranno a far parte di Il signor G. Importante la collaborazione con Herbert Pagani: l’album vede ben tre composizioni firmate a quattro mani (tra cui quella che da il titolo a tutto il lavoro) oltre alla riproposta di Canta (che ti passa la paura), che Pagani aveva presentato al Festival delle Rose del 1967. Luciano Ceri
Giorgio Gaber

Ornella Vanoni – AI MIEI AMICI CANTAUTORI

È il 1968 e da circa un anno Ornella Vanoni ha visto consacrato il suo ruolo di interprete elegante e sofisticata grazie al successo de La musica è finita (Nisa-Califano-Bindi), portata al Festival di Sanremo l’anno precedente. Non è più la cantante della mala, ama gli autori italiani, i francesi e anche i brasiliani, dei quali è una delle più grandi interpreti italiane. Da qui l’idea di racchiudere in un Lp il mondo musicale che più la rappresenta. L’album s’intitola AI MIEI AMICI CANTAUTORI ed è considerato uno dei primi esempi di concept album, perlomeno nell’accezione di prodotto discografico realizzato seguendo un’idea artistica ben precisa. Con un’interpretazione intensa, misurata, aderente all’essenza delle canzoni, la Vanoni non sbaglia. Grazie anche agli arrangiamenti di Pino Calvi, dà ancora una volta prova della sua forte personalità, rileggendo a suo modo Jacques Brel, Gilbert Bécaud, João Gilberto, Domenico Modugno, Sergio Endrigo, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Gino Paoli, Charles Aznavour, Bruno Lauzi e i Beatles. Uscito verso la fine del 1968, sarà uno degli album più venduti in Italia nell’anno successivo, tanto che ne uscirà anche un secondo volume. Daniela Esposito
Ornella Vanoni

Adriano Celentano – AZZURRO / UNA CAREZZA IN UN PUGNO

Quando nel 1968 la contestazione scosse il mondo intero, non tutti se ne accorsero. In Italia, ad esempio, chi non bazzicava le fabbriche o gli atenei continuò a farsi i fatti propri, e tra costoro vi fu certamente Adriano Celentano, concentrato ormai solo su se stesso e sulla sua carriera: un lider maximo che, dopo aver liquidato Don Backy e Detto Mariano, rimase solo al comando del Clan, e poté pontificare indisturbato su tutto e su tutti. Lo fece, e fu la conferma di quel delirio mistico che lo aveva già contagiato qualche anno prima con L’angelo custode, Pregherò e Chi era lui, e che nel ’68 riemerse almeno due volte. Prima nell’album AZZURRO / UNA CAREZZA IN UN PUGNO dove, tra una cover e un hit, fece a pezzi beat e divorzisti (Tre passi avanti; La coppia più bella del mondo), poi nel successivo ADRIANO ROCK in cui ci ammonì severo che “soltanto Dio è il vero e grande sarto dell’umanità” (il suo Dio, ovviamente). Provocazioni reazionarie e speciste che negli anni Settanta avrebbero messo nei guai ben più di un collega, ma non lui: quel “re degli ignoranti” che nel 1985 finirà per credersi egli stesso il Messia. Lo salveranno dal ridicolo il suo straripante genio artistico e imprenditoriale, la sua acquiescenza filoconciliare che probabilmente gli ha garantito da sempre privilegi divini e terreni, ma soprattutto la sua sfrontata e irresistibile simpatia: quella che nel Sessantotto profumava ancora di nuovo e di fresco, ma che già nei successivi IL FORESTIERO (1970) e I MALI DEL SECOLO (1972) assunse i toni di una vera e propria jihad. John N. Martin
Adriano Celentano

Mina – ALLA BUSSOLA DAL VIVO

È stato spesso osservato che l’eredità dei movimenti del ’68 è stata raccolta dal femminismo, che fece ovviamente i conti con la questione dell’emancipazione femminile, messa sul tavolo, seppur talora in modo contraddittorio, dai movimenti studenteschi. Ebbene, il ’68 è anche l’anno in cui pubblica due dischi Mina, che aveva lottato con fierezza per rivendicare la libertà delle sue scelte e affrancarsi dai pregiudizi che l’avevano bandita dalla tv nel ’63, dopo aver dato alla luce un figlio concepito con un uomo sposato, l’attore Corrado Pani. Per la sua PDU (fondata con il padre a Lugano per sganciarsi dai condizionamenti dei discografici), pubblica MINA ALLA BUSSOLA DAL VIVO e soprattutto CANZONISSIMA ’68, con i brani presentati durante lo show, condotto con Walter Chiari e Paolo Panelli. Tra i brani dell’Lp le sigle, la marcetta iniziale Zum zum zum e la sognante Vorrei che fosse amore, firmate da Antonio Amurri e Bruno Canfora, la dichiarazione d’amore urlata al mondo di Né come né perché e quella d’affetto per il pubblico che l’aveva tanto sostenuta nei momenti più bui, E sono ancora qui; si ricordano anche la delicata Quand’ero piccola con musica di Bacalov-Zambrini e specialmente la grandiosa La voce del silenzio, già presentata alla Bussola. Ambrosia J.S. Imbornone
mina

I Pooh – CONTRASTO

CONTRASTO, secondo album dei Pooh, non è mai stato un vero e proprio lavoro della band, piuttosto una “sorpresa” spuntata fuori da provini e scarti per un futuro disco che si stava pensando di assemblare dopo il buon esordio di PER QUELLI COME NOI. È il 1968, i Pooh sono presi dai concerti in giro per il Paese dopo il discreto successo del singolo In silenzio / Piccola Katy, e l’etichetta, la Vedette di Armando Sciascia, pubblica CONTRASTO senza avvisare nessuno, in un migliaio di copie numerate. Il gruppo non la prende bene e presto lascerà quella casa per produrre i futuri lavori. Un titolo rinnegato che gli stessi Pooh non inseriranno per moltissimi anni nella loro discografia ufficiale, dopo averne richiesto e ottenuto il ritiro dal mercato discografico. Oggi, il disco ha più che altro un valore a livello collezionistico data la limitatissima tiratura e la grande richiesta dei fan. Tutti lo vogliono, ma bisogna essere disposti a sborsare più 1500 euro per portarselo a casa in buone condizioni. Due sole le canzoni che possono essere considerate “pezzi finiti”: Il tempio dell’amore e E dopo questa notte. Ci sono pezzi beat, altri con venature prog, altri ancora che si rifanno alla musica tradizionale italiana, ma non c’è amalgama. Alberto Dalla Libera
pooh

Fabrizio De André – TUTTI MORIMMO A STENTO

Fin da subito, l’atmosfera cupa dell’album è fortemente caratterizzata dalla profondità emotiva con cui De André manifesta il suo pessimismo. Tutto ruota intorno al pensiero della morte, non quella fisica, rispetto alla quale spesso non servono nemmeno gli stenti, ma bensì, come ricordava all’epoca lo stesso Faber, quella psicologica, morale, mentale, la morte spesso silenziosa che un uomo normale può incontrare durante il suo cammino. Canzone dopo canzone, ci si sente infatti sferzati dal vento gelido delle occasioni perse, del coraggio mancato, della paura, dell’ingiustizia. Per le musiche, l’orchestrazione e la produzione artistica, De André si avvale dei fratelli Gianfranco e Gian Piero Reverberi, mentre nella stesura dei testi troviamo Riccardo Mannerini (Il cantico dei drogati) e Giuseppe Bentivoglio (La ballata degli impiccati). Facendole proprie e rendendole musicalmente credibili, De André canta le miserie di un’umanità emarginata che qui non si appella nemmeno a Dio: un ritratto severo dell’uomo vinto da altri uomini. Poco dopo, sempre nel 1968, De André realizzerà VOL. III, un disco con varie reincisioni di canzoni già pubblicate con la Karim, inframezzate da quattro brani inediti. Maurizio Pratelli
fabrizio de andrè

Equipe 84 – STEREOEQUIPE

Pur se meno trasgressivo di altri, l’Equipe 84 fu sicuramente uno dei primi gruppi italiani a lanciarsi a capofitto sulle novità: sposò la filosofia beat ancor prima che si imponesse in Italia, ricorse sempre ad autori innovativi e raffinati sia italiani che stranieri, e nondimeno fu tra le prime band italiane a pubblicare nel 1968 un album in stereo: tecnologia inventata negli anni Trenta dall’ingegnere inglese Alan Blumlein, ma diventata patrimonio del pop solo nei Sixties. Si trattava di STEREOEQUIPE, registrato negli studi Ricordi di via dei Cinquecento a Milano su un modernissimo registratore a otto piste e, date le comprensibili difficoltà tecniche, mixato da ben quattro tecnici del suono (Colombini, Farri, Ruggeri e Vandelli). Costituito da dodici brani di cui la metà già pubblicati e il resto cover più un inedito, l’album invero non ebbe un grosso successo commerciale, vuoi per la novità del formato, vuoi per quella tecnologica, o forse per le numerose sperimentazioni acustiche che l’Equipe non si fece mancare (sitar, percussioni indiane, voci fuori campo etc.). Il disco resterà, però, una pietra miliare della discografia italiana, se non altro per quel gusto nell’esasperare la stereofonia fino all’estremo: un sound oggi in disuso, ma che allora connotò uno stile epocale. Due piccole gemme ancora: l’intervento vocale di Battisti in Ladro, e la copertina psichedelica firmata Mario Schifano. Giusto per non farsi mancare nulla. John N. Martin
equipe 84

New Trolls – SENZA ORARIO, SENZA BANDIERA

L’Lp di debutto dei New Trolls (dopo tre 45 giri) è uno dei dischi più importanti della discografia italiana: in un momento in cui gli altri gruppi pubblicavano dischi che erano raccolte di singoli, spesso cover, SENZA ORARIO, SENZA BANDIERA propone solo brani inediti e originali; inoltre, è uno dei primi concept album e il primo disco vede un cantautore collaborare con una band. Pubblicato a ottobre 1968, un mese prima di TUTTI MORIMMO A STENTO, le similitudini maggiori non le ha con questo disco ma con un altro che De André pubblicherà 3 anni dopo, NON AL DENARO NON ALL’AMORE NÉ AL CIELO: in entrambi, il cantautore trae i testi da poesie, lì dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e qui da alcuni testi di Riccardo Mannerini, e ogni canzone è un racconto che il protagonista fa della sua vita. Il clima del periodo affiora in molte canzoni: ad esempio è riconoscibile la figura di Raoul Follereau (che chiese ai leader di USA e URSS di devolvere il denaro che spendevano per costruire un bombardiere alla cura della lebbra) in quella di padre O’Brien, e i marines che combattono a Manila in Ti ricordi Joe? richiamano i loro commilitoni in Vietnam, mentre l’idea del viaggio e degli incontri esplicitata nell’intro Ho veduto e nella conclusiva Andrò ancora rimandano a On The Road di Kerouac e alla beat generation americana. Vito Vita
New Trolls

Domenico Modugno – DOMENICO MODUGNO

Tornato alla RCA dopo la parentesi con la Curci, a novembre Modugno pubblica questo Lp, che vede in copertina il cantautore e la modella Helga Linè (sul disco chiamata erroneamente Elga); i riscontri sono modesti, e curiosamente fra le canzoni non c’è Il posto mio, con cui Mimmo aveva partecipato a Sanremo. Per il resto, l’album raccoglie nuove versioni di vecchi successi: a dirigere l’orchestra i fratelli Franco e Berto Pisano. A Modugno piaceva reincidere a ogni cambio di etichetta, e non solo: di Meraviglioso esiste anche una versione del 1971, lato B di Dopo lei. Del resto, quella del ’68 era stata sfortunata a Sanremo: probabilmente ispirata al film di Capra La vita è meravigliosa (quando l’angelo di seconda classe Clarence salva James Stewart), resta comunque una canzone che condanna il suicidio e, a solo un anno dalla morte di Tenco, la commissione selezionatrice si sentì perciò obbligata a scartarla – come ha raccontato Renzo Arbore, che ne faceva parte. La vicenda non impedì al pezzo di partecipare a Partitissima e di raggiungere col tempo il successo meritato – al punto che oggi in molti credono l’abbia scritta Giuliano Sangiorgi dei Negramaro! Elisabetta Malantrucco
Domenico Modugno

Patty Pravo – PATTY PRAVO

Nel 1968 prende corpo la “seconda ondata” del femminismo in Italia. A dispetto dei suoi vent’anni scarsi e pur senza aver mai assunto posizioni radicali, Patty Pravo non è certamente una donna sottomessa: più predatrice che preda, frasi come “Tu mi fai girar come fossi una bambola / Poi mi butti giù come fossi una bambola” non fanno proprio per lei. Tanto che non è molto convinta di volerla cantar davvero quella canzone, La bambola, che diventerà invece il suo più grande successo: pubblicata come suo quarto 45 giri, arriverà a vendere, negli anni, un numero impressionante di copie. Il primo album di Nicoletta Strambelli è principalmente una raccolta di successi, ma La bambola (Cini-Migliacci-Zambrin) è l’unico brano interamente italiano, poiché il resto è costituito da cover, tre delle quali cantate in inglese: Yesterday, Ol’ Man River e il frizzante vaudeville di Five Foot Two, Eyes Of Blue. In poco più di mezz’ora e sempre su standard ottimi, piacciono soprattutto Io per lui, cover di To Give Is The Reason I Live realizzata anche dai Camaleonti, e i primi tre singoli: Ragazzo Triste (But You’re Mine di Sonny & Cher), la bizzarra Qui e là (Holy Cow di Allen Toussaint) e la melodica Se perdo te (The Time Has Come di PP Arnold). Canzoni in cui la voce di Patty, che passando dai sussurrati agli acuti mostra doti di grande interprete, unita all’avvenenza e alla potenza del personaggio diventa il lasciapassare che ne fa, a tutt’oggi, la grande signora della musica italiana. Mario Giammetti
Patty Pravo

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