Tra le ristampe di quest’ultimo periodo, vi segnaliamo 5 LP interessanti per collezionisti e non solo.

The Mothers of Invention – BURNT WEENY SANDWICH

E anche l’album del piccolo panino prediletto da Zappa, un hot dog kosher con mostarda, torna su vinile. La ristampa è 180 grammi ed è stata masterizzata da Bernie Grundman con strumenti analogici dal mastertape originale. Inoltre è incluso il poster, nel 1970 pubblicato nelle prime copie dell’Lp, con i Mothers of Invention che in pratica annunciano lo scioglimento. Aprono e chiudono le divertenti cover doo wop di WPLJ e Valarie, decisamente differente è il resto. Le due fasi di Igor’s Boogie spargono beffarda musica da camera e, appunto, Igor Stravinsky; in Theme From Burnt Weeny Sandwich al centro c’è la chitarra su un grande tappeto di percussioni; in Aybe Sea l’acustica di Zappa dialoga elegante con il pianoforte e il clavicembalo di Ian Underwood; Holiday In Berlin Full-Blown, marziale e sardonica nell’uso dei fiati, rimanda a un turbolento concerto tenuto nel 1968 a Berlino. Poi, registrata dal vivo, c’è Little House I Used To Live In: diciotto minuti di spaventosa fantasia in cui, prevalentemente su un tempo 11/8 con melodie sovrapposte in 6/8 e 4/4, via via si liberano i pianismi jazz di Underwood e Don Preston, un breve tema orecchiabile presto stravolto, il selvaggio violino blues di Don Sugarcane Harris e il finale organo psichedelico dello stesso Zappa. Mario Giugni

Eric Clapton – BEHIND THE SUN

Nella prima metà degli Eighties, Eric Clapton era in crisi sia personale (la fine del matrimonio con Pattie Boyd) che artistica (i suoi album non vendevano più così tanto e, per giunta, ai fan non andava giù il fatto che la chitarra apparisse un po’ sacrificata a beneficio della forma canzone). Come aveva fatto da poco con Robert Plant, si offrì di dargli una mano Phil Collins, che produsse il nuovo disco suonandovi la batteria e programmando un sacco di suoni sintetici. Appena ripubblicato su doppio vinile insieme ad altri suoi dischi di quegli anni, BEHIND THE SUN (1985) ci riporta quindi in buona forma sia la voce che la chitarra di Slowhand, che torna a risplendere con numerosi assolo. Ma il suono paga l’inevitabile scotto dell’epoca a cui risale. Per questo i produttori, non del tutto convinti, insistettero affinché almeno tre brani venissero scritti da Jerry Lynn Williams e prodotti da due marpioni come Lenny Waronker e Ted Templeman (uno di questi, Forever Man, sarebbe risultato anche un discreto successo). Ma non fa brutta figura neanche il materiale prodotto da Collins, che si cimenta anche ai cori (incluso un duetto nel classicone Know On Wood) e firma, con Clapton, Make You Cry. Soprattutto, la chitarra torna a parlare su She’s Waiting e la lunghissima Same Old Blues, mentre Just Like A Prisoner è una languida ballata da loser. Mario Giammetti

Antonello Venditti – SOTTO IL SEGNO DEI PESCI – 40th ANNIVERSARY EDITION

Quando fu pubblicato, 40 anni fa, fece storcere il naso a molti fan di Venditti (che non potevano prevedere quanto sarebbe cambiato, di lì a pochi anni, il cantautore romano): un album dal grosso potenziale commerciale (vendette 700.000 copie) con qualche ammiccamento da gigione (Il telegiornale) e un brano (Sara) dove, nonostante le buone intenzioni, finiva col prevalere una spiccata enfasi nazionalpopolare. Ma, in verità, c’era un sacco di gran bella roba su questo disco. C’era il terrorismo di Bomba o non bomba (Aldo Moro fu rapito pochi giorni dopo la pubblicazione), canzone peraltro legata al vecchio amico De Gregori a cui Venditti riservò pure un omaggio diretto (Francesco). C’erano lo spaccio (Chen il cinese) e l’ombra gobba di Andreotti (L’uomo falco). C’era il triangolo saffico-amoroso di Giulia e, soprattutto, quel manifesto generazionale che fu la title-track. E poi, c’erano una grandissima voce e una musica fantastica, suonata dagli Stradaperta e da fior di musicisti aggiunti come Claudio Simonetti dei Goblin al mellotron e l’impressionante batterista Marcello Vento. Diamo allora il benvenuto a questa riedizione, disponibile in doppio Cd, vinile o box super deluxe, arricchita da un pur trascurabile inedito (Sfiga) e alcuni brani dell’epoca in francese o registrati dal vivo nel 1980. Mario Giammetti

Ornella Vanoni – ARGILLA

Esordisce la Reloaded, la sottoetichetta della Tuk di Paolo Fresu dedicata alle ristampe. Uscito nel 1997 per la CGD ma fuori catalogo da anni, ARGILLA interrompe la collaborazione con Mario Lavezzi (che aveva prodotto i precedenti e fortunati STELLA NASCENTE e SHEHERAZADE, e tornerà nel 2001 per UN PANINO UNA BIRRA E POI…). Al suo posto, in cabina di regia ci sono Beppe Quirici (produttore di Ivano Fossati) e Paolo Fresu, che lavorano sodo per costruire un repertorio raffinato ed eclettico, in cui trovano posto autori diversi come Fossati (Buontempo), Bobby McFerrin (Lunamante, alias Bang!zoom) ed Elton John (Sorry Seems To Be The Hardest Word). Se qua e là (la napoletana Nu quarto ’e luna, gli standard americani Every Time We Say Goodbye di Cole Porter e I Get Along Without You Very Well di Hoagy Carmichael) la Vanoni sembra nuotare in un’acqua che non le è congeniale impantanandosi in interpretazioni un po’ troppo manieristiche, in Bugiardo e incosciente (il celebre adattamento italiano di Paolo Limiti de La tieta di Juan Manuel Serrat) e nella citata Buontempo è impeccabile. Ma il cuore del disco è senza dubbio brasiliano: è lì, in canzoni come Sant’Allegria (Bem leve di Marisa Monte), Naufragio e Se fosse vero (Seu corpo e Você não sabe di Roberto Carlos), Argilla (Argila di Carlinhos Brown) o Amore vicino (Ao meu redor di Nando Reis) che la cantante dà il meglio di sé, complici i sofisticati arrangiamenti e i magnifici interventi di solisti del calibro di Nguyên Lê, Tino Tracanna, Antonello Salis e Armando Corsi (oltre naturalmente a Quirici e Fresu). Ventuno anni dopo, grazie anche all’attento remastering di Stefano Amerio, ARGILLA non ha perso nulla del suo smalto e del suo appeal internazionale, e suona ancora attualissimo. Presentata in una nuova veste (basata però sugli scatti originali di Fabrizio Ferri), la ristampa è disponibile in digitale, Cd e doppio vinile 180 g trasparente numerato a mano. Maurizio Becker

Greenslade – GREENSLADE SPYGLASS GUEST

Tra le miriadi di band che affollarono il panorama prog inglese degli anni 70, i Greenslade non hanno avuto molta fortuna. Formati da due membri originali dei Colosseum (il tastierista Dave Greenslade e il bassista Tony Reeves) con l’ex batterista dei King Crimson Andy McCullogh e l’ex Samurai Dave Lawson (tastiere e voce), i quattro meritano però una riscoperta, sia per la grande perizia strumentale che per l’inventiva stilistica, sviluppata con innesti di psichedelia, di jazz e di blues. La doppia tastiera, in particolare, costruiva intriganti castelli sonori, resi ancora più originali dalla voluta assenza della chitarra. Il debut album (1973) mette in luce tutto questo, insieme a uno sfoggio di tecnica mai fine a se stesso, mentre SPYGLASS GUEST (1974) è la terza prova della formazione, l’ultima con Reeves e la prima con la chitarra (seppure inizialmente solo come ospite su due brani) di Clem Clempson, altro ex Colosseum. Un disco, questo, che si guadagna anche un inatteso n. 34 nella classifica UK, probabilmente grazie alle strizzatine d’occhio a giganti del prog come Gentle Giant (Little Red Fry Up) ed ELP (Joie De Vivre). L’occasione per rivalutare questa band (che si sarebbe sciolta di lì a poco) arriva grazie alla Esoteric, che ripubblica entrambi i dischi rimasterizzati e arricchiti da splendidi libretti e bonus Cd, contenenti varie session radiofoniche solo in parte già pubblicate. Mario Giammetti

L’articolo completo è presente su Vinile n.16, disponibile qui.

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