Simili, identiche, ispirate, sono molte le copertine decisamente derivate da altre precedenti. Come per i plagi musicali, alcune volte è il caso a essere beffardo, altre volte la malafede è evidente. Qui sicuramente non vale la scusa “Però le note in fondo sono sette”.

I Led Zeppelin, si sa, furono sempre degli eterni indagati, almeno a giudicare dalle accuse di plagio che gli piombarono addosso sin dagli esordi. Prima tra tutte quella della rivista «Rolling Stone», che nel 1969 li tacciò di aver copiato una parte di Your Time Is Gonna Come dai Traffic e di Black Mountain Side da Bert Jansch. Ma siamo solo agli inizi: l’anno successivo, il folksinger Jake Holmes accusò Page di non avergli riconosciuto le royalties di Dazed And Confused. Il finale di Bring It On Home si dice appartenesse a Sony Boy Williamson, i testi di Whole Lotta Love rimanderebbero a un blues di Willie Dixon, quelli di The Lemon Song a Killing Floor di Howlin Wolf, e persino il leggendario attacco di Stairway To Heaven sarebbe stato sottratto agli Spirit di Randy California.

Un’ondata di sospetti talmente inarrestabile che quando gli Zep citarono davvero gli ispiratori dei loro brani, vennero denunciati lo stesso.

Accadde con Boogie With Stu, i cui versi ripresi da Ooh My Head di Richie Valens e correttamente depositati, furono comunque oggetto di causa nel 1979 per mancato versamento dei diritti d’autore. Poveri Zeppelin!

Meno male che almeno Paul Shaffer, bandleader del prestigioso David Letterman Show, spezzò una lancia in loro favore: “Chissenefrega se hanno copiato Muddy Waters, Josh White o Buddy Guy. Li hanno rivalutati con classe, e ci hanno fatto ri-amare musicisti che noi americani avevamo già messo in naftalina”. Parole sante.

Comunque, i quattro ragazzacci non vennero torchiati solo per motivi musicali, ma anche per la macroscopica corrispondenza tra la copertina del loro PHYSICAL GRAFFITI del 1975 e quella di COMPARTMENTS, pubblicato invece due anni prima dal celeberrimo cantautore portoricano José Feliciano. Motivo? Ritraevano tutt’e due una casa le cui finestre erano state fustellate in modo da far trasparire le immagini della busta interna.

led zeppelin

Uniche differenze: quella di José era una villetta in stile coloniale, mentre gli Zep immortalarono le vere facciate di due edifici gemelli al 96/98 di St Marks Place a New York. Oltre al titolo e a qualche immagine del gruppo, le 17 finestre di PHYSICAL GRAFFITI, progettate da Peter Corriston e Mike Doud (futuro designer di BREAKFAST IN AMERICA dei Supertramp), effigiavano personaggi e icone americane.

Quelle ideate da Frank Mulvey e Nick Sangiamo della RCA, invece, si limitarono a ritrarre Feliciano sull’uscio di casa e, nelle altre sei, illustrazioni in stile naif. La corrispondenza però era dannatamente innegabile. Casualità? Premeditazione? È vero che negli anni Settanta gli espedienti optical erano all’ordine del giorno, e gli stessi Zeppelin li avevano già sperimentati nel 1970 con la volvelle di Richard “Zacron” Drew per LED ZEPPELIN III, ma non c’è dubbio che l’idea della “casa fustellata” venne prima a José. Guarda caso, proprio a colui che il 17 maggio del 1969 aprì per Page, Plant & co. un concerto alla Athens University.

Chissà mai quindi che qualche astuto designer non lo avesse tenuto d’occhio nel suo periodo di massimo successo, e che intorno al 1974-75 non avesse offerto alla Swan Song Records la sua brillante idea: “Jimmy, Robert! Avete visto che forza quelle finestre di José? Perché non ci provate anche voi?”.

L’articolo, a cura di John N. Martin, è su Vinile n.15, disponibile qui.

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