Simili, identiche, ispirate, sono molte le copertine decisamente derivate da altre precedenti. Come per i plagi musicali, alcune volte è il caso a essere beffardo, altre volte la malafede è evidente. Qui sicuramente non vale la scusa “Però le note in fondo sono sette”.

Alzare le mani al cielo è sempre stato uno dei gesti più polisemici dell’essere umano, indipendentemente dalla razza, dal ceto o dal credo di chi lo compie. Può esprimere dedizione e piacere, ma anche resa e sconforto. I tifosi e gli atleti lo inscenano sia per gioire che per rammaricarsi, gli officianti per ricevere o donare energie, il fedele per invocare. È l’esternazione di un sentimento individuale quindi, ma che una volta condiviso intercetta una ben più estesa comunanza d’intenti: associativi, partitici, aziendali, amicali e via radunando. Nulla di strano dunque, se in un contesto freak-comunitario come quello dei primi anni Settanta, i famigerati “boschi di braccia tese” comparissero un po’ dappertutto: nei raduni, nelle manifestazioni, nei film tipo Hair, ma anche sulle cover dei dischi. E a volte in modo sfacciatamente sovrapponibile.

Nel novembre del 1972, ad esempio, incuriosì non poco la somiglianza tra la copertina del nuovissimo Lp di Lucio Battisti IL MIO CANTO LIBERO e quella di LA QUE MANA Y CORRE NATURALMENTE degli iberici Aguaviva, edizione nostrana del loro album d’esordio CADA VEZ MAS CERCA, pubblicato nel 1970 in Spagna dall’etichetta Acciòn e distribuito in Italia dalla Carosello: entrambe raffiguravano una selva di mani alzate.

Inevitabilmente serpeggiò qualche sospetto, ma fortunatamente nulla di più: nessun magistrato distratto o poco informato bloccò l’album di Lucio, e tutto si risolse per il meglio.

Tra l’altro, si trattava di due artisti affermati da tempo e ciascuno nel proprio ambito, per cui: che bisogno avrebbero avuto di scopiazzarsi? Da un lato Battisti, genio indiscusso della canzone italiana, dall’altro gli Aguaviva, ambasciatori di quel potente mix libertario-antifascista che li aveva resi i nemici numero uno della dittatura franchista. Percorsi talmente diversi che, mentre nel 1970 Lucio esternava le sue Emozioni, i nove dissidenti madrileni declamavano a Venezia il provocatorio Poetas Andaluces adattato in italiano da Giorgio Albertazzi. Nell’anno di Pensieri e parole, invece, gli Aguaviva facevano capolino al Festival di Sanremo in coppia con Al Bano per tornarci l’anno dopo con Ciao amico ciao di Remigi-Minellono.

Ma allora, perché tanta somiglianza? Perché, come dicevamo, le mani in alto erano quasi un marchio di fabbrica del periodo underground, e di sicuro il compianto Cesare Montalbetti non pensò a Madrid quando radunò una cricca di amici per far alzare loro le braccia e mostrare ignude le gambe. Allo stesso modo, per gli Aguaviva era perfettamente normale chiudere tutti i loro concerti levando le mani al cielo a mo’ di catarsi liberatoria.

Un’iconografia che guarda caso utilizzarono nuovamente per i loro singoli 13 storia d’oggi del ’71 e Gianni del ’72, nonché per l’album del 1975 PON TU CUERPO A TIERRA. Il fotografo Cesar Pardo assolse dunque il suo collega italiano Caesar Monti con formula piena, così come quest’ultimo probabilmente perdonò a sua volta gli inglesi Cud per la copertina del loro ASQUARIUS del 1992, molto più simile all’iconografia battistiana che non a quella degli Aguaviva. Chissà perché…

La rubrica, a cura di John N. Martin, è su Vinile n.14, disponibile qui.

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