Con la scusa di promuovere la nuovissima antologia blues curata dagli Stones, Woody ricorda i maestri della chitarra che travolsero la Londra anni 60.

La spina dorsale della quasi sessantennale carriera dei Rolling Stones è il blues. Nell’ottobre del 1961, forgiò il nucleo del gruppo: a quell’epoca, Mick Jagger e Keith Richards si scambiavano impressioni sui dischi della Chess aspettando il treno alla stazione di Dartford. Il blues fu l’architrave delle prime esibizioni del gruppo, e guidò il loro maestoso paesaggio dai 60 ai 70 con dischi come LET IT BLEED (1969), STICKY FINGERS (1971) e EXILE ON MAIN STREET (1972), che resero tributo ai mostri blues di Chicago e del Mississippi. E nel 1981, all’apice del successo, queste superstar si tramutarono in fan adoranti suonando assieme a Muddy Waters al Checkerboard Lounge di Chicago. E ancora oggi, come ci ricorda Ronnie Wood, quell’influenza resta fortissima. Nel 2016 ha dato vita al disco di cover blues BLUE & LONESOME, e ora produce CONFESSIN’ THE BLUES, una spettacolare antologia di classici con brani scelti personalmente dagli Stones.

Credi che gli Stones sarebbero esistiti senza il blues?

Assolutamente no. Tutti noi siamo enciclopedie ambulanti del blues, in un modo o nell’altro. Credo che Keith ti direbbe di essere il più grande blues fan al mondo, ma la conoscenza che ne ha Mick è incredibile. Charlie è arrivato al jazz passando dal blues, e io ci arrivo tramite il soul. Ed è tutto connesso. Una mistura meravigliosa. Credo che qualunque musicista delle nuove generazioni dovrebbe tagliare una fetta di blues e mettersela nella dieta. Perché senza il blues, la musica non va da nessuna parte.

Come hai scoperto il blues, e quale fu la tua prima reazione?

Da ragazzino, avevo ancora i calzoni corti, i miei fratelli – che avevano otto e dieci anni più di me – portavano a casa dischi come Smokestack Lightning di Howlin’ Wolf, e Hoochie Coochie Man di Muddy Waters: sono stati tra i primi blues che io abbia mai sentito. Dio solo sa dove trovavano quei dischi! Poi mi sono messo a cercare, ho scoperto Chuck Berry e ho imparato le sue cose. Sono cresciuto imparando Guitar Shuffle di Big Bill Broonzy. Ecco da dove vengo.

Cosa ti ha attirato nei grandi chitarristi blues?

Quando alcuni di questi bluesman vennero qui, mio fratello Art accompagnò Little Walter e Howlin’ Wolf, e per il piccolo Ronnie fu stupefacente incontrare questi personaggi dal vivo. Il blues aveva un suono pericoloso. È la parola giusta. Perché quegli uomini erano pericolosi. Gente con cui era meglio non litigare. Ne avevano passate tante. Ecco da dove viene il blues. Erano abituati a essere trattati male, per cui se gli davi fastidio non avevano problemi a risponderti per le rime. Ma dentro erano persone stupende.

Che impressione credi abbiano fatto i titani del blues nella Londra anni Sessanta?

Non si rendevano conto dell’impatto che avevano su di noi. Suonavano col cuore. Steve Cropper è diventato un mio buon amico, e nel corso degli anni mi ha detto che non aveva idea dell’impatto che avevano avuto sulla scena r&b e soul inglese le canzoni che suonava – Sam & Dave, Otis Redding, Booker T and the M.G.’s. Voglio dire, faceva cose come In The Midnight Hour di Wilson Pickett, e per noi era una rivelazione. Ma per lui era solo un riff. Una volta mi ha detto: “Metto solo le dita dove ci sono i puntini bianchi sul manico!”. Per cui, quando i bluesmen arrivarono in UK credo rimasero favorevolmente sorpresi. Muddy ci voleva bene. Addirittura pensava che io facessi parte degli Stones addirittura prima che ci entrassi. Diceva: “Il mio amico dei Rolling Stones!”. E io: “Ancora no, Muddy”. Poi un anno lo incontrai allo Speakeasy e gli dissi: “Muddy, finalmente sono entrato in quel gruppo dove hai sempre detto che stavo!”. Era un vero galantuomo, e un maestro della slide. Una volta mi prestò la sua barretta. Era la slide più piccola che avessi mai visto. Lunga circa mezzo pollice. Finito il brano, mi disse: “Posso riaverla?”. Era molto attento alle sue cose. E aveva ragione. Stavo per fregargliela!

Che tipo di blues ha lasciato il segno maggiore su di te?

Il blues mi ha aperto un universo. C’erano classici come Little Queenie di Chuck Berry. O Robert Johnson, che sembrava un’intera orchestra. Dust My Broom di Elmore James. I Fleetwood Mac sono partiti da lì – ai tempi di Peter Green basavano tutte le loro canzoni su quel lick. Tutti prendevano direzioni differenti. Eric Clapton stava con John Mayall e facevano I Can’t Quit You Baby di Otis Rush – che poi noi abbiamo ripreso su BLUE & LONESOME. È buffo come un sacco di queste canzoni alla fine siano tornate in pista. BB King è stato un grande innovatore, Jimi Hendrix mi regalò una copia di LIVE AT THE REGAL [di BB King, ndr]. Credo sia anche il disco preferito di Eric Clapton. Mi aprì gli occhi. E lo farà sempre, perché se sei un chitarrista è un esempio di come va suonato il blues. Buddy Guy è ancora in giro: fu uno dei fondatori del blues, e il più giovane di loro. Ricordo di averlo incontrato nella stanza di Bill Wyman a Chicago – Buddy Guy, Muddy Waters e Howlin’ Wolf, tutti nella stessa stanza! Si rispettavano, ma si prendevano anche in giro. A turno, c’era sempre uno dei tre che stuzzicava gli altri due, dicendogli che non sapevano suonare!

Avete discusso tra voi Stones per cosa mettere su CONFESSIN’ THE BLUES?

Non proprio. Abbiamo lasciato che Mick assumesse le redini del progetto e abbiamo dato i nostri suggerimenti. La cosa bella è che ci sono un sacco di canzoni e nomi da riscoprire come Eddie Taylor, e tutti gli altri che secondo i ragazzi dovrebbero ascoltare. Sono ancora freschissimi. Mi rende felice pensare che una nuova generazione di musicisti riceva una bella spinta dal blues – e speriamo anche che incontrino le future mogli ascoltandolo!

confessin the blues

L’intervista, a cura di Henry Yates, è su Classic Rock n.73, disponibile qui. La rubrica Q&A è in edicola ogni mese su Classic Rock, abbonati qui per non perdere nemmeno un numero.

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