Steve Hackett pubblicherà il 25 gennaio 2019 il nuovo album AT THE EDGE OF LIGHT per poi andare in tour in primavera per celebrare SELLING ENGLAND BY THE POUND dei GENESIS e il 40ennale di SPECTRAL MORNINGS.

Dei concerti dell’estate 1979 ricordiamo quello londinese all’Hammersmith Odeon.

Pomposa e lievemente gotica l’atmosfera, luci bianche a fascio, fondale blu notte o forse nero. Strutture romboidali appese sul retro del palco, batteria a doppia cassa, immensa. Volume a manetta. Bassi perforanti: saranno un problema per tutto lo spettacolo. Impianto voce mal tarato, propulsione da festa delle medie. Si sente uno schifo quando esplode Please Don’t Touch. La poltrona trema. Steve è in piedi al centro, la gamba destra avanzata modula il pedale. Fumo ovunque, l’odore penetrante del ghiaccio secco attacca i vestiti. Al secondo movimento del brano – provate a immaginarlo – si spengono tutte le luci e restano solo due faretti rotanti simil-polizia, una a destra e uno a sinistra, che la chitarra doppia spacciandosi per una sirena. Il pedale del batterista, colpisce diritto allo stomaco.

Tigermoth porta un attimo di sollievo. L’inizio sembra uscito da un film di Powell e Pressburger, ha il sapore della colonna sonora di una pellicola fantastica degli Ealing Studios. Dura poco. La chitarra si fa tagliente e ossessiva, è l’anima più nera di Hackett che viene a galla. Tant’è che l’inizio di Every Day comporta quasi un salto nel tempo, accattivante l’inizio, banalotto il cantato, travolgente la coda. Cosa che si ripropone con Narnia, canzone ispirata dall’omonimo ciclo di C.S. Lewis, sconosciuto in Italia prima dell’invasione di Harry Potter di cui è diretto discendente.

È un attimo di riflessione prima del delicato passaggio a The Red Flower Of Tai Chi, brano intimista e garbato, vellutato e flautato, molto Seventies. Il viaggio nel mondo di Hackett alterna discese ardite e risalite, ti culla e poi ti costringe a navigare nella tempesta.

È il caso di Ace Of Wands. Faccio un salto sulla poltrona. Ricordo il basso impazzito di Mike Rutherford e la magia bacchettistica di Phil Collins sul disco. Questa versione è lievemente più quadrata: John Shearer (Shìrar nella dizione di Steve. Collabora con Peter Green, David Byron, Iron Butterfly, The Sutherland Bro’s and Quiver) è un batterista preciso, ma il tocco è grezzo e un po’ troppo largo. Manca la matematica precisione collinsiana. Il brano conserva comunque intatto il suo fascino, il riff solista conquista la platea. Che musica ragazzi!

steve hackett

Peccato che – come faranno i Genesis più tardi – da queste parti ci sia la tendenza a mischiare il serio e il faceto, a scegliere volontariamente la caduta di tono, come si volesse esorcizzare gli effetti grandiosi del proprio talento. Precisa come una malattia infettiva arriva Carry On Up The Vicarage, ballata in salsa Agatha Christie, orecchiabile con le sue vocine acute, e passabile solo nel finale. Primo esperimento trash di Hackett e, purtroppo, non ultimo. Chi si è beccato O sole mio come bis del Tour 1980 ne sa qualcosa.

Viene il momento acustico, lieve e nostalgico. L’applauso scrosciante per Horizons – che segue a un accenno di Blood On The Rooftops – fa forse riflettere Steve sul passato – tuttavia lo incassa con una smorfia molto simile a un sorriso. Chi si aspetta Supper’s Ready è inevitabilmente deluso. Il chitarrista suona la sua Kim per la sua Kim. Non mi piace la chitarra acustica troppo melensa. Non sono il solo, visto che il silenzio da chiesa viene interrotto da qualche urlo scriteriato. Furori giovanili di chi non sa avere pazienza e dimentica che, spesso, la migliore portata è alla fine del pranzo. Così è.

Dopo aver presentato la band, Hackett si tuffa in Star Of Sirius, inno pastorale che trasuda campagna inglese. Arpeggio e campanelli, sensazione di viaggio, impasti vocali curati. Quando il movimento si apre sembra di veder spuntare la luna. Ci si lascia cullare, prima che Shadow Of The Hierophant ti porti via per mano e ti conduca in dieci minuti da colossal. Il brano parte da lontano, cadenzato nel suo moto ondoso. La chitarra esordisce melanconica, stimola una nostalgia che richiama alla memoria il solo di Firth Of Fifth, uno dei momenti più tragici della storia del rock’n’roll.

Questo è Genesis al cento per cento.

VOYAGE OF THE ACOLYTE è un lavoro che rende magnificamente anche dal vero. Il ticchettio del plettro sui pick-up della Gibson Les Paul scandisce il tempo che passa. Esplode la sveglia di Clocks che riporta in scena con vigore il pedale dei bassi e trafora gli organismi viventi. Cadenze e battiti pesanti, tutto fortemente percussivo. Si trattiene il fiato sino all’ultima nota. Hackett saluta. Fine della parte tradizionale dello show.

L’articolo completo, a cura di Fabio Zama, è su PROG Italia n.21, disponibile qui.

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