Tra il 1969 e il 1979, Neil Young ha edificato le basi della sua leggenda e realizzato tanti album immortali, ma ha anche intrecciato relazioni e operato scelte che sarebbero state essenziali per il prosieguo della sua vicenda artistica e umana. Celebrare con la giusta enfasi il lungo ciclo aperto con l’avvio della carriera da solista e chiuso trionfalmente con LIVE RUST era insomma un imperativo
categorico, e lo si è fatto con gioia.

Quando il 22 gennaio del 1969 il suo album di debutto arrivò nei negozi americani, Neil Percival Young era giovane ma non giovanissimo. Due mesi prima, il 12 novembre, aveva compiuto ventitré anni e il cammino fino ad allora percorso – prima nel natio Canada con gli Squires, quindi a Los Angeles con i Buffalo Springfield – non lo aveva ancora reso una stella ma una stellina in ascesa senz’altro sì. Per il talentuoso e risoluto ragazzo, lo scioglimento della band che dal 1966 aveva guidato assieme all’eterno amico/rivale Stephen Stills non era stato traumatico. Anzi, l’inevitabile stop gli aveva dato la spinta per rimettersi immediatamente in pista, forte di alcuni rapporti cruciali inaugurati proprio in quel 1968 e destinati a rimanere saldi: quello con Elliot Roberts, suo manager fino ai giorni nostri, con il quale era stato messo in contatto dall’amica Joni Mitchell, da lui già assistita; quello con la Reprise Records, che fidandosi di Roberts lo aveva accolto in scuderia e che avrebbe pubblicato tutti i suoi dischi, esclusi i cinque della poco felice parentesi in Geffen del periodo 1982-1987; quello con David Briggs, che lo aveva raccolto sulla strada mentre faceva l’autostop e che sarebbe stato il produttore di numerosissimi suoi album fino al 1995 in cui salutò prematuramente il mondo.

Tra gli album in questione c’è anche NEIL YOUNG, registrato tra agosto e ottobre e subito dopo presentato in anteprima con alcuni concerti in formula chitarra/voce.

Benché in scaletta figurassero vari brani destinati al ruolo di classici, in primis quel The Loner (“il solitario”, ma le carte da gioco non c’entrano) il cui titolo sarebbe addirittura diventato uno dei più gettonati soprannomi del musicista, non fu un fulmine di guerra; ottenne recensioni per lo più tiepide e spesso tardive, deluse a livello di vendite e venne persino penalizzato da problemi tecnici non gravissimi ma capaci di regalare all’autore più di qualche mal di pancia. Chissà se il ben noto atteggiamento di sfiducia mista a insofferenza di Neil nei confronti delle case discografiche fu causato da quanto accaduto, e chissà se ne fu una conseguenza la sua ossessione per il suono “corretto” delle incisioni poste in commercio, con relative crociate a favore delle innovazioni tecnologiche ritenute giuste e contro quelle “sbagliate”. Si pensi al Pono, il sistema digitale da lui fortissimamente voluto, lanciato nel 2014 e morto nel 2017.

Con NEIL YOUNG non ancora fuori, il canadese rientrò in studio all’inizio del 1969, confermando al suo fianco l’ormai amico Briggs e adottando come accompagnatori il chitarrista Danny Whitten, il bassista Billy Talbot e il batterista Ralph Molina, conosciuti al tempo degli ultimi colpi di coda dei Buffalo Springfield. Con loro, che suonavano in una band chiamata Rockets ma che per questo sodalizio si battezzarono Crazy Horse, Young avrebbe avviato un’altra relazione tra le più importanti della sua epopea, della quale EVERYBODY KNOWS THIS IS NOWHERE – edito in maggio – fu il brillante incipit: solo sette pezzi all’insegna di un folk-rock ricco di belle melodie ma anche sanguigno/graffiante, sorta di risposta al sound più “lavorato” del precedente 33 giri figlio della collaborazione con Jack Nitzsche e Ry Cooder, con (almeno) Cinnamon Girl e le lunghe, “caracollanti” Down By The River e Cowgirl In The Sand da scolpire negli annales, sia per il valore intrinseco, sia per la loro capacità di definire un canone che in futuro avrebbe avuto infinite, efficacissime applicazioni.

crazy horse

Il pubblico gradì e l’album entrò nei Top 40 statunitensi, (ri)portando il suo autore nel grande giro e in qualche misura favorendo il suo ingaggio nel supergruppo messo assieme da David Crosby (ex Byrds), Stephen Stills (ex Buffalo Springfield) e Graham Nash (ex Hollies), che sempre a maggio aveva ottenuto maggiori fortune – un sesto posto nella classifica di «Billboard» – con il primo album CROSBY, STILLS & NASH.

Con il tris d’assi divenuto poker, non alzare la posta sarebbe stato sciocco e infatti i quattro non si tirarono indietro: dopo mesi di intenso impegno collettivo sia in studio che sul palco (i concerti tenuti fra l’agosto del 1969 e il gennaio del 1970 furono oltre quaranta), dal cilindro venne estratto DÉJÀ VU, che a marzo schizzò in cima alle graduatorie di vendita e diede il via a un’ulteriore serie di esibizioni delle quali 4 WAY STREET (altro n. 1 USA) sarebbe stato la cartolina-ricordo. Quando lo storico doppio Lp arrivò nei negozi, nell’aprile 1971, l’ensemble – fulcro dello stile e della scena qui da noi definiti “West Coast” – si era però sciolto da nove mesi, dilaniato dai conflitti di ego.

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L’articolo completo, a cura di Federico Guglielmi, è su Classic Rock n.74, in edicola dal 27 dicembre e in digitale, disponibile qui.

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