Il meglio di Bowie, scelto dalle star del rock: abbiamo chiesto ad alcuni grandi artisti di commentare le loro canzoni preferite del Duca Bianco. Ecco una selezione di quelle che ci hanno proposto.

Space Oddity – Singolo, 1969

TONY IOMMI, Black Sabbath
È una canzone senza tempo. L’idea è geniale, ed è costruita in modo eccellente. Una volta che l’ascolti ti entra in testa, e ci rimane”.

JOEY TEMPEST, Europe
“È uno dei primi singoli che abbia mai comprato, e ha avuto un impatto immenso su di me. Il testo di The Final Countdown deve molto a Space Oddity – o perlomeno all’idea della canzone. Amo la maggior parte dei brani di Bowie, ma Space Oddity stravince. L’arrangiamento e la produzione sono fantastici, e il modo in cui entra la chitarra è stupendo. È un brano che mi ha ispirato moltissimo, sia come compositore che come paroliere”.

Life On Mars? – HUNKY DORY, 1971

JOE ELLIOTT, Def Leppard/Down’n’Outz
“Scusate se sono così scontato, ma non voglio fare il saputello e scegliere magari qualcosa da HOURS [1999]. A me sta benissimo Life On Mars?. La storia dietro questo brano è affascinante. Bowie scrisse una canzone intitolata Even A Fool Learns To Love basandosi su un altro brano [Comme d’habitude] di un paio di francesi [Claude François e Jacques Revaux]. In seguito, Paul Anka prese la musica e ne riscrisse il testo realizzando My Way per Frank Sinatra, e a questo punto Bowie rispose con Life On Mars?, ossia la sua parodia del brano di Frank. Se le ascolti in parallelo, i primi venti secondi di entrambe sono identici. Ecco perché nel retrocopertina di HUNKY DORY c’è scritto: ‘Life On Mars? – ispirata da Frankie’, e quel Frankie è Sinatra. L’ho sentito dalla viva voce di Trevor Bolder e Woody Woodmansey degli Spiders from Mars: “Bowie forse aveva ventun anni quando scrisse Life On Mars?, e fu il primo tentativo di Mick Ronson di realizzare un accompagnamento di archi. Entrambe le cose sono incredibili, perché l’effetto è eccellente, maturo e non pretenzioso. E oltre 40 anni dopo, sembra ancora che sia stata registrata la settimana scorsa. La parte di piano di Rick Wakeman è semplicemente sbalorditiva. E adoro il testo, grandioso, oscuro, e allo stesso tempo assolutamente credibile. È un brano perfettamente costruito, con una melodia stupenda e un sound grandioso. Ogni volta che l’ascolto alla radio penso: ‘Ottimo, qualche migliaio di persone l’ascolterà per la prima volta’. Da qualche parte nel Lincolnshire, un ragazzo nel sedile di dietro dirà: ‘Mamma, mamma che canzone è?’. Ecco il segreto della buona musica. Diffonde buone sensazioni”.

LENNY KRAVITZ
HUNKY DORY è uno dei miei dischi preferiti, non solo per i brani, ma anche per la produzione di Ken Scott. Questo disco è una testimonianza perfetta di quel periodo. Brani stupefacenti, profondi. E nessuno più di Life On Mars?, con il suo testo surreale. Da ragazzo feci un provino per il film di Spike Lee School Daze [1984] e la cantai. Quasi tutti gli altri avevano portato un nastro con la parte di piano, per cantarci sopra. All’epoca andava fortissimo The Greatest Love Of All [Whitney Houston]. Io arrivai, niente nastro e cantai Life On Mars? a cappella. La squadra della produzione era tutta afroamericana e non avevano idea di cosa volesse dire la canzone [ride]. Magari avevano sentito Fame, ma non conoscevano David Bowie. Non dimenticherò mai la loro espressione: ‘Ma chi è questo matto, e che sta facendo?’. Ovviamente non ebbi la parte”.

Changes – HUNKY DORY, 1971

Col senno di poi, il brano che apre HUNKY DORY è stato visto come una dichiarazione d’intenti da parte di Bowie, un manifesto per una carriera in perenne evoluzione, sempre protesa ad andare oltre, a essere un passo avanti agli altri. In Bowie, nuovi suoni e nuovi stili coesistevano da sempre. Era un’icona sempre alla moda e un innovatore musicale e, con la sfacciataggine della giovinezza, Changes fu il suo messaggio al mondo. “Immagino di essere stato arrogante”, ammise Bowie nel 2002. “Praticamente dicevo: ‘Sarò così veloce che non riuscirete mai a starmi al passo’”.

Starman – THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS, 1972

TOMMY SHAW, Styx
“Sarei tentato di dire Blackstar, perché quel disco mi ha lasciato sbalordito, ma invece scelgo Starman. È stata pubblicata 45 anni fa, eppure suona ancora attuale. Inizia in un modo e poi prende una direzione del tutto diversa. Tipicamente Bowie – avrebbe potuto pubblicarla ieri. Era una persona dalle mille sfaccettature”.

LUKE MORLEY, Thunder
“La ricordo ancora, perché fu la prima canzone di Bowie che ascoltai. Vidi quella leggendaria apparizione a Top of the Pops, con lui e Ronson, e pensai: ‘Ma che cazzo è? Un alieno?’. Andai totalmente fuori di testa, capii che sarebbe diventato una star e da allora fui un suo fan devoto”.

Five Years – THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS, 1972

BEN HARPER, Innocent Criminals
“Saldamente nella mia Top Ten, Five Years è spettacolare per numerosi motivi. La struttura, la voce e la ritmica basterebbero, ma poi c’è anche quell’idea così misteriosa dei cinque anni – metà decade. Un periodo di cinque anni può essere centrale nelle nostre vite: questi cinque anni possono darci la vita, o ucciderci tutti. ‘My brain hurts a lot… Five years, that’s all we got’ è un’affermazione potentissima. Pensate ai primi cinque anni della vostra vita e a quanto fossero innocenti, puri. E poi pensate agli ultimi cinque. Oppure ai cinque migliori e poi ai cinque peggiori. Amo il modo in cui riesce a racchiudere tutto in questo arco di vita. È un brano che lavora su più livelli”.

Suffragette City – THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS, 1972

ANDY SCOTT, Sweet
“Gli Sweet e Bowie all’epoca erano nella stessa etichetta, la RCA, e c’era un tizio che ci faceva sentire i suoi nastri ancora grezzi. Ho sentito che, prima di All The Young Dudes, Bowie aveva proposto Suffragette City come singolo ai Mott the Hoople, ma alla fine la registrò lui. Ricordo di averne parlato con Mick Tucker, il nostro batterista e di aver detto: ‘Se non la fa lui questa cazzo di canzone, a noi piacerebbe’. Era il tipo di canzone che ci sarebbe piaciuto fare. Quello che me la fa piacere è la chitarra – una Les Paul con un wah-wah leggermente fuori sincrono. Il decennio dopo, quando diventai produttore, un tizio svedese molto rispettato mi disse: ‘Il sound della tua chitarra e di Mick Ronson hanno definito gli anni 70’. E quel complimento mi fece molto piacere”.

The Jean Genie – ALADDIN SANE, 1973

IAN PAICE, Deep Purple
“Be’, la scelta è facile. Un sacco di cose di Bowie non mi sono piaciute – mi sono passate sopra, mentre ero troppo impegnato a fare altro. Ma The Jean Genie mi è sempre piaciuta. Il groove è superbo, e ho sempre amato lo shuffle”.

BIG BOY BLOATER
“La gente magari non lo considera un blues ma dentro ci sento tantissimo Howlin’ Wolf. Per me, è una canzone blues perfetta. Mi piace che Bowie ci abbia aggiunto una patina sbrilluccicosa e l’abbia presentata al pubblico come glam rock. Esserci riuscito è puro genio”.

Rebel Rebel – DIAMOND DOGS, 1974

JOEL O’KEEFE, Airbourne
Rebel Rebel è la perfetta canzone rock’n’roll. Parla di uscire e divertirsi, a prescindere da quanto ci si possa sentire giù, di che aspetto uno abbia o di come stia messo il mondo. Il riff e il beat ti rimettono a nuovo. Conosco un pub a Melbourne, il Jerry Bar, dove più o meno lo suonano di continuo al jukebox perché non conta che giornata di merda tu abbia avuto: quel pezzo ti rimette in pista”.

LITTLE STEVEN VAN ZANDT
“Amerò sempre questo brano, perché è un’istantanea di un momento magico nella storia della musica. È pan-sessuale. Era molto oltre il suo tempo, anche se credo sia stata influenzata dalla recitazione di Mick Jagger in Performance [1970]. Mick non ha mai avuto il credito che meritava. Ma è decadente, perverso, e Bowie dava le stesse sensazioni. Credo che il riff di chitarra sia suonato da David e non da Mick Ronson, e comunque cattura perfettamente quel momento”.

Fame – YOUNG AMERICANS, 1975

ROGER CHAPMAN
“Il periodo berlinese di Bowie mi ha sempre affascinato, specialmente perché a quel tempo vivevo anch’io in Germania. Non ero mai stato un suo fan prima, ma il disco con Fame mi diede la sensazione di non essere solo. Era freddo, molto simile alla Germania, ma l’adoravo. Fame è una canzone favolosa, e non mi stanco mai di ascoltarla”.

“Heroes” – HEROES, 1977

DAN BAIRD, Homemade Sin
Amo il modo in cui la voce cresce di tono e intensità. Se avesse cantato sempre al massimo, avrebbe perso di significato. Invece parte piano e poi sale fino in cima. E tu ti accorgi dei vari passaggi. Quando arriva a ‘I remember standing by the wall’, lo senti che ci mette l’anima. Un altro elemento fondamentale della bellezza del brano è il coinvolgimento di Brian Eno [come produttore e musicista]. Nessun altro avrebbe potuto dargli quel sound. Non esagera mai. È la voce che dona al brano questo crescendo indimenticabile”.

Let’s Dance – LET’S DANCE, 1983

JOE BONAMASSA
“Per quanto adori i brani con Mick Ronson, devo scegliere questo con Stevie Ray Vaughan alla chitarra. David era una star in grado di riempire gli stadi, ma decise, com’era nella sua indole, di tentare qualcosa di diverso. Così permise a Stevie di piazzare un assolo blues in un brano pop, e ovviamente funzionò alla grande”.

KIP WINGER, Winger
È molto non-Bowie, e alla fine lui arrivò a odiarla. Credo che questo la renda interessante. La produzione di Nile Rodgers era stupefacente, e fu un successo epocale. Credo che fu un duro colpo per la psiche di Bowie, perché si era ‘venduto’. Ed è vero. Aveva venduto tutti i posti in ogni locale. È il momento in cui le sue incredibili capacità vocali divennero accessibili alle masse, eppure lui ne era scontento. Lo trovo molto interessante. Amo questo brano e il disco dove si trova, come anche tutta la sua musica più diversa. Ma non c’è dubbio che questo disco, nel bene e nel male, lo rese una superstar a livelli mai visti, e l’ironia di tutto questo mi diverte”.

Blackstar – BLACKSTAR, 2016

DAVE MATTHEWS
“Il brano e il disco sono entrambi incredibili. Trovo quasi irritante che qualcuno possa essere un artista così inesorabile. Fissare negli occhi la propria morte e realizzare con tutta calma qualcosa di tale potenza – oltretutto in segreto! – è a malapena concepibile. Voglio dire, mettetevi nei panni del suo gruppo. Quando hanno scoperto che stava cantando e creando una musica come questa, sapendo che il suo tempo stava finendo… dio santo, ma che razza di essere umano sarebbe capace di farlo?”.

CARL PALMER
“Recentemente ho comprato BLACKSTAR. È incredibile, e adoro il brano che gli dà il titolo. Cerchiamo di dimenticare il fatto che sapesse di stare morendo mentre lo faceva. È un’opera d’arte incredibile. La produzione e la voce sono così eteree, e i video agghiaccianti. Puoi parlare quanto ti pare di Space Oddity e Let’s Dance, ma questo era… profondo”.

L’articolo completo, a cura di Ian Fortnam, è su Classic Rock n.69, disponibile qui.

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