Roberto Masotti è una persona curiosa e intelligente, che attraverso le sue foto ha raccontato tante storie musicali che fanno ormai parte della nostra vita.

Riprendiamo la serie di articoli dedicati alla connessione tra immagini e musica, dove gli artisti sono quei creatori di sogni che hanno saputo tradurre la magia dei suoni in un linguaggio visivo a valenza universale.

Roberto Masotti

Sono nato nel 1947 a Ravenna, dove sono cresciuto, che si è rivelata una “terra di fotografi”: Paolo Roversi, Silvia Lelli e Alex Maioli sono esempi rassicuranti in questo senso. A parte gli scherzi, sempre a Ravenna ha a lungo gravitato Guido Guidi (che è di Cesena), c’è l’Osservatorio Fotografico, ci sono gallerie, editori. Allora non c’era niente, però a un certo punto Michelangelo Antonioni ci girò Deserto rosso (1964 con Monica Vitti, Richard Harris e Xenia Valderi) e qualcosa cambiò, forse. Per fortuna ho studiato Industrial Design a Firenze e poi sono andato a vivere con Silvia Lelli, sposata nel 1972, prima a Bologna e in seguito a Milano, sempre seguendo il richiamo della fotografia, della musica e dell’editoria.

Come entri nel mondo delle immagini?

Mi avvicino alla fotografia in generale quando mi regalano una basica Bencini (una compatta di allora)… a quella musicale portando la macchina a un paio di concerti e impegnandomi a cavarne fuori qualcosa che mi corrispondesse. I primi soggetti? Ornette Coleman e Keith Jarrett e i musicisti che con loro condividevano il palcoscenico. Le foto vennero bene, dopo poco ne ricavai dei manifesti in serigrafia, cominciai a pubblicare, poi tutto partì come doveva.

La tua esperienza negli anni 70 (Giornali, case discografiche etc.)?

La conferma di poter pubblicare è sempre stata importante, essendo un freelance, testimoniava uno scopo e un meccanismo professionale. Milano in questo senso era generosa di possibilità, anche se l’orientamento verso la cosiddetta avanguardia suscitava sempre qualche perplessità. Ma in fondo gli anni 70 sono stati momenti di grande curiosità, quindi bastava poco per incuriosire, appunto. Con quello che seguivamo noi, io e Silvia intendo, all’interno delle performing arts non c’era problema. L’ispirazione fotografica derivava da ciò che avevi assorbito già negli anni 60, attraverso il cinema, le riviste specializzate, le copertine dei dischi. Si cercò di sviluppare quella modalità, fatta molto di reportage e di dialogo interno tra le varie forme artistiche. Fu assai interessante trasferire questo all’interno di una istituzione come il teatro alla Scala!

Patti Smith

Patti Smith ospite al Festival del cinema di Venezia (3 settembre 1979). Foto di Roberto Masotti

Quale era la tua attrezzatura e cosa usi oggi, come è cambiata la fotografia?

Era una attrezzatura ingombrante, pesante, un sacco di corpi macchina e una quantità esagerata di obbiettivi, ma tutto era funzionale, necessario. Prima Nikon, poi Olympus e Canon, anche in compagnia “nobile” di Leica a telemetro. Questi passaggi di brand corrispondono alla lotta costantemente ingaggiata con il rumore meccanico, vero incubo nostro e degli artisti. Le ottiche? Sempre quelle più luminose. Le cose oggi sostanzialmente non sono cambiate molto, però migliorate sì. L’avvento del digitale sicuramente nella fotografia di spettacolo ha rappresentato una rivoluzione, ha dato delle possibilità di lettura nelle zone d’ombra e di rapidità impensabili trenta anni prima.

Quali sono gli artisti con cui sei più entrato in sintonia?

Con grandi e piccoli, che poi sono diventati conosciuti, se non grandi, ma poi rispetto a che cosa? Comunque: Franco Battiato, Area, John Cage, Arvo Paert, praticamente tutti i minimalisti (così a mazzo), Steve Lacy, Guido Mazzon, Andrea Centazzo, il trio Idea di Gaetano Liguori, Mario Schiano, Enrico Rava, Don Cherry, Ralph Towner, Carla Bley, John Abercrombie e moltissimi altri artisti ECM, Keith Jarrett, András Schiff, Jan Garbarek. Posso concludere con Manfred Eicher (fondatore della ECM nel 1969)? Centinaia di feriti, contusi, dispersi. Troppi da ricordare.

L’intervista completa, a cura di Guido Bellachioma, è su PROG Italia n.21, disponibile qui.

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