Intervista a Karim Qqru, batterista degli Zen Circus, sull’ultimo tour della band concluso poco tempo fa.

Si è concluso lo scorso settembre il tour de IL FUOCO IN UNA STANZA, uscito a marzo dello scorso anno: un tour dai numeri notevoli, tanto da meritarsi il titolo di Artista Live dell’Estate 2018 da parte del M.E.I., il Meeting degli Indipendenti. Ho avuto la possibilità di seguire Andrea Appino, Ufo, Karim, il Maestro Pellegrini e il geometra Pagni, l’attuale formazione degli Zen, in diverse date, fino alla serata di chiusura a Carroponte, iniziata con un vero e proprio diluvio.

Ora che è finito il tour, uno dei più visti in Italia quest’anno, quali sono le sensazioni che si provano dopo aver parcheg-giato il TIR?

Stavolta, è stato diverso. Ormai sono quindici anni che facciamo tour. C’è sempre stata una crescita costante, non abbiamo mai fatto dei grandi salti. Siamo sempre passati dai piccoli locali, ai club, ai super club, fino alle realtà vicine alle dimensioni di un palazzetto. Di solito, quando parte un nuovo tour, lo facciamo sempre partire da un locale un po’ più grande di quello di dove si era chiuso il precedente. Stavolta, è stato fatto un ragionamento molto diverso: è la prima volta che abbiamo una produzione. Tutta la parte luci, con uno degli impianti più grandi che gruppi come il nostro hanno, è tutta a carico di – non più sei, sette persone nella crew, ma venti. Una scommessa fatta con Locusta Booking, che è un po’ parte della nostra famiglia, così come lo è la nostra etichetta, Woodworm.

Il fatto di avere una produzione, ci ha portato a scegliere posti che potessero contenere più di ottocento, mille persone. In pratica, quella fascia che è l’anticamera dei palazzetti. Tutto ciò ha portato alla presenza di un po’ di tensione all’inizio, non dovuta alla parte musicale, che paradossalmente è la parte meno difficile, ma dalla responsabilità di dover “riempire” questi locali, per fare i numeri necessari e non morire in un “bagno di sangue” a causa dei pochi biglietti venduti.

È andata benissimo. È stata una scommessa vinta.

Anche perché ormai è il live la fonte principale di guadagno per i gruppi e tutti coloro che ruotano intorno a loro, etichetta, management. In luoghi oltre i mille e cinquecento posti, i concerti iniziano a costare molto. Noi, grazie a tutta l’organizzazione, siamo riusciti a tenere un prezzo molto calmierato. La nostra storia ci ha vietato di concepire per i nostri concerti un biglietto a 40 euro.
Per cui, tornando alla domanda principale, alla chiusura del tour a Carroponte, nonostante tutti i problemi di quella giornata, eravamo veramente contenti.

Carroponte è stato un episodio molto simbolico: essere riusciti a portare un pubblico numeroso anche sotto il diluvio universale è stato bellissimo.

Qualunque evento all’aperto quel giorno era stato annullato, noi avevamo deciso di suonare e il pubblico ci mandava centinaia di messaggi del tipo “stiamo partendo, arriviamo”. Tutta l’organizzazione, booking, etichetta, location, cosa da non dare per scontata, ha sostenuto la nostra scelta di suonare. E il pubblico ha dimostrato di essere fantastico: con ombrelli e mantelline sotto l’acqua battente, ci hanno aspettato.

foto di Antonio Viscido

Quelli degli Zen, non sono concerti normali. C’è una vera e propria sequenza di eventi partendo dal soundcheck, fino al dopo spettacolo, che si ripetono di data in data, come una cerimonia. E il pubblico è protagonista assoluto, guidato dall’invito che formuli all’inizio di ogni concerto: “Più voi fate casino, più noi facciamo casino”. Gli Zen di oggi nascono dal 2009, prima erano qualcosa di diverso. Non migliore o peggiore, diverso. Il discorso “più voi fate casino, più noi facciamo casino”, è vero, è un cerimoniale, c’è un senso di comunione. Questo pubblico così empatico ha avuto una crescita a fasi: nasce con il tour di NATI PER SUBIRE, cresce con quello di CANZONI CONTRO LA NATURA attraverso la canzone Viva, prende la forma attuale con LA TERZA GUERRA MONDIALE, si cristallizza e diventa ancora più grande con IL FUOCO IN UNA STANZA.

Il pubblico degli Zen è cambiato tantissimo negli anni: nel 2003/2004 in pratica non c’era un vero e proprio pubblico, in tutto trenta, quaranta persone, con un’età piuttosto elevata, ultratrentenni figli del vero indie-rock americano. Non era un pubblico policromo come lo è ora, forse quelli precedenti erano anche più savant musicalmente.

Gli Zen Circus erano considerati un gruppo di nicchia che rileggeva l’indie-rock americano degli anni 80 di band come Violent Femmes, Pixies, Replacements, Hüsker Dü e Minutemen, la musica di etichette storiche che ci hanno cresciuto, la SST, la Dischord e altre, che hanno definito il periodo prenirvaniano anni 80. Niente a che vedere con l’indie di ora o con gli Zen di ora. La forma mentis forse sì, ma quello di ora è un indie che va verso un approccio estetico più che musicale. In realtà, la vera svolta nel pubblico inizia con l’uscita di Figlio di puttana, una delle prime canzoni dove il pubblico ha iniziato a identificarsi nelle parole. Prima, questa cosa non c’era.

“Più voi fate casino, più noi facciamo casino” è una formula legata alla volontà di far vivere al pubblico quella empatia che sprigionano i testi e farli sentire parte delle canzoni, che è fondamentalmente una missione degli Zen, anche catartica per noi.

Tutto nasce da là. Il pubblico è sempre stato importante. Ma quello di ora è veramente incredibilmente prismatico: puoi trovare quello che ascolta il metal, o il vecchio cantautorato, oppure solo musica inglese e gli Zen sono gli unici italiani che ascolta.

L’intervista completa, a cura di Antonio Viscido, è su Classic Rock n.74, in edicola dal 27 dicembre e in digitale, disponibile qui.

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