A più di quarant’anni da Suspiria, la colonna sonora dei Goblin rimane un capolavoro assoluto della musica.

Tanto tempo è trascorso dal 27 aprile 1977, quando i Goblin, ormai popolarissimi dopo PROFONDO ROSSO, pubblicarono SUSPIRIA. Il rifacimento del popolare film di Dario Argento ha portato in dote anche una nuova colonna sonora. Ma, come le immagini in movimento di Luca Guadagnino poco c’entrano con la pellicola degli anni 70, anche i suoni realizzati da Thom Yorke, mente dei Radiohead, non hanno praticamente nulla in comune con il capolavoro dei Goblin. Quale dei due commenti sonori è migliore? Noi siamo di parte e nonostante la musica del nuovo doppio album, che va oltre la colonna sonora, non ci dispiaccia affatto, la risposta è scontata: la soundtrack di SUSPIRIA è una sola… quella dei GOBLIN!!!

All’indomani del successo clamoroso di Profondo rosso, e si parla sia del film che della colonna sonora, il problema più grande che si presentava a Dario Argento, come a tutti coloro che realizzano un capolavoro, era quello di ripetersi, se non di superarsi. Da un viaggio in Germania con Daria Nicolodi, la sua compagna di allora, nacque lo spunto per un film che sarebbe dovuto essere diverso, non più il solito thriller, ma un viaggio nel mondo del magico e dell’occulto.

Ne scaturì il racconto più visionario e diabolico di Argento, il primo di una tanto discussa quanto amata trilogia delle Tre Madri, che include INFERNO del 1978 (colonna sonora di Keith Emerson) e LA TERZA MADRE del 2007 (musiche di Claudio Simonetti). La fotografia coloratissima (curata da Luciano Tovoli) nelle intenzioni del regista doveva ricordare la strega disneyana di Biancaneve, che tanti bambini, tra cui il piccolo Dario, aveva impressionato. Anche le allieve della scuola di ballo di Friburgo sarebbero dovute essere delle adolescenti, ma la cosa non fu possibile per motivi di censura, per cui si ripiegò su attrici dal volto di bambina (Jessica Harper) e persino posizionando più in alto del normale le maniglie delle porte, per far apparire le ragazze più piccole di quanto non fossero in realtà.

Per quanto riguarda la musica, impossibile non riaffidarsi ai Goblin, dato l’ottimo lavoro svolto e il successo della collaborazione nel film precedente.

Stavolta, però, la presenza dello stesso Argento divenne ancor più determinante, quando, presente alle prove, cercava di spiegare ai quattro folletti l’obiettivo che voleva esattamente raggiungere. Non si trattava più di una semplice colonna sonora, ma la Musica doveva diventare protagonista tanto quanto le immagini stesse, se non addirittura di più; doveva attanagliarsi alla gola dello spettatore e togliergli il respiro fino a portarlo a raggiungere lo stadio del puro PANICO. Oltre a un volume quasi assordante a cui fu portato il suono in fase di montaggio, ogni accorgimento serviva a raggiungere l’efficacia massima di colpire l’attenzione: la connessione tra gli strumenti rock tradizionali e la strumentazione etnica doveva riprodurre le atmosfere mistiche in cui si muoveva il film.

Se Massimo Morante ritagliò intricati e dissonanti arpeggi al mandolino greco, il bouzouki (acquistato proprio durante una sua vacanza in Grecia), Fabio Pignatelli sostituiva il suo basso elettrico con i bassi profondi della tabla indiana, mentre Agostino Marangolo si produceva in uno sforzo multicolore con ogni sorta di percussione: campane tubulari, timpani sinfonici, glockenspiel, campanacci, timbales, windchimes etc. Claudio Simonetti, dal canto suo, sfruttava fino al limite e oltre i mezzi di cui disponeva all’epoca, niente campionatori, ma il Mellotron con i cori infernali di Witch e l’organo da chiesa di Sighs, il suono magico e ancestrale della celesta sull’arpeggio della title-track, l’avveniristico (per quei tempi) sequencer Moog System 55, che impazziva durante la paranoica Markos.

Anche le voci vennero utilizzate al massimo con il famigerato cantato rauco di Simonetti su Suspiria (peccato che la filastrocca delle tre streghe sull’albero sia in inglese, lingua poco alchemica) e i cori mutevoli e multiformi di Sighs, in cui, in un crescendo angoscioso, sembra davvero che si spalanchi l’abisso dell’Inferno sulla Terra. Forse non esageriamo se concludiamo con il dire che nessuno, prima e dopo dei Goblin con questo disco, ha mai fatto vibrare le corde più profonde della paura e dell’angoscia nella mente e nel cuore di chi ascolta. Un capolavoro assoluto della musica da scoprire e riscoprire mille e più volte.

L’articolo completo, a cura di Gianluca De Rossi, è su PROG Italia n.22, disponibile qui.

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