Con DISTANCE OVER TIME, i Dream Theater segnano un ritorno alle origini, non solo rispetto a sonorità più dure, ma anche al modo di comporre e di stare assieme, che li riporta ai loro esordi.

John Petrucci ne parla con tono calmo e profondo e due occhi magnetici che ti fissano tra la massa di capelli e la barba alla hipster.

Come siete arrivati a un album così differente dai vostri ultimi lavori?

Anche il nostro disco precedente, THE ASTONISHING, differiva parecchio da qualsiasi cosa avessimo fatto prima. Era stato composto da me e Jordan Rude in un modo molto privato, tra casa mia e casa sua: abbiamo creato assieme le musiche, io ho scritto la storia e i testi e poi lo abbiamo presentato alla band. Avevamo l’orchestra, una produzione enorme, il tour… era stato un progetto molto importante. Poi siamo stati in tour per l’anniversario di IMAGES AND WORDS, che ci ha riportati per la prima volta dopo tanto tempo nei nostri anni Novanta. In primavera, stavo discutendo con mia moglie su come avremmo dovuto affrontare il nuovo disco e lei ha suggerito che saremmo dovuti stare assieme, ritrovare le nostre reciproche connessioni.

Una sorta di ritorno alle origini?

Esattamente: dovevamo ricordarci delle nostre origini, ritornare ai nostri primi vent’anni, quando ci trovavamo tutti assieme suonando ininterrottamente per ore, per intere giornate. Era un sentimento condiviso, abbiamo tutti voluto ritrovare quel feeling, quei gesti semplici: sistemare le apparecchiature, connettere gli strumenti agli amplificatori e via. Ha funzionato molto bene. La musica che abbiamo creato ha spirito, è di vertente, i riff sono forti, naturali. Abbiamo ritrovato il nostro lato heavy e rispolverato un certo tipo di prog che risiede nel nostro io più profondo. Sicuramente, il posto in cui ci siamo rintanati ha contribuito molto.

E dove vi siete rintanati?

Abbiamo trovato questo posto a Monticello, vicino a New York tra montagne, laghi, natura e foreste, cervi, orsi… C’era una casetta dove potevamo abitare con un granaio convertito in uno studio professionale; aveva un suo modo particolare di catturare il suono dal vivo che ha sicuramente influenzato anche la nostra scrittura, spingendoci verso le sonorità che meglio si adattavano a quelle pareti di legno dall’alto soffitto. Ci siamo stati quattro mesi, la scorsa estate. C’era un’aria da campo estivo. Avevamo anche un bel barbecue a disposizione e ci siamo alternati alla cucina.

Chi è stato il più bravo?

Io, ovviamente! Qualche anno fa Sterling Bass della Ernie Ball Music Man mi ha convertito all’affumicatura delle carni. Ho portato un mio affumicatore e ho cucinato di tutto. Mike Mangini si è cimentato con le alette di pollo, James Labrie con gli hamburger… abbiamo mangiato molto.

Il disco lo hai prodotto tu, come del resto fai da dopo l’uscita di METROPOLIS PT. 2. Come ti senti migliorato in questa veste?

SCENES FROM A MEMORY è stato il primo disco in cui non abbiamo usato un produttore esterno. Io e Portnoy ci siamo messi d’impegno e dopo che Mike se ne è andato, ho continuato da solo. S’impara con l’esperienza, più ti eserciti e meglio ti viene. Ma non si tratta solo della produzione, c’è così tanto in ballo quando fai un nuovo disco: la logistica, chi lo farà, dove lo si farà, chi andrà assunto, senza contare il fatto che devi sempre tener presente la visione collettiva della band, la direzione in cui si sta andando. Devi assicurarti che tutti diano il massimo nel tempo previsto senza perdere l’obiettivo primario… c’è tanto da fare!

L’articolo completo, a cura di Luca Fassina, è su Classic Rock n.75, in edicola e in digitale, disponibile qui.

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