Dal numero 76 di Classic Rock, l’intervista al primo chitarrista dei Genesis

Con il biondo chitarrista, titolare di oltre 30 album solo e nome di punta della library music, abbiamo ripercorso gli eventi che portarono alla nascita dei Genesis e a quell’esordio che compie in questi giorni il mezzo secolo, in attesa della ristampa che, non si sa ancora in quale forma, pubblicherà la Cherry Red nel corso di quest’anno.

Di Mario Giammetti

Gira voce che il desiderio tuo, di Mike, Peter e Tony, fosse semplicemente quello di comporre, e che diventaste una band solo perché nessuno voleva suonare le vostre canzoni.  Una storia romantica, ma non sono sicuro che tutta la band condividesse questo pensiero. Specialmente tu, che all’epoca eri un giovane ambizioso che voleva diventare una star…
Forse solo un pochino, ma devi considerare che, diversamente dagli altri, io ero già stato in altre band, fin da quando avevo solo 11 anni. Quel tipo di politiche mi aveva un po’ stancato e così, quando cominciammo a scrivere materiale nostro, fu piuttosto rinfrescante non avere più a che fare con grandi prove e discussioni continue. Tutto ciò non era affatto frustrante, per me, anzi ero felicissimo. E poi, non è che volessi disperatamente diventare una star.

Di chi fu l’idea degli schiocchi di dita nel primo brano, “Where The Sour Turns To Sweet”?
Di Jonathan (King, NdR)… Ripeto, aveva un sacco di belle intuizioni e non posso dargli colpe, perché al principio fu tutto bellissimo grazie anche ai suoi input e al suo supporto. L’album fu una vera gioia da fare: non ricordo una sola discussione riguardo le canzoni. E il processo di registrazione fu fantastico.

I collegamenti tra una canzone e l’altra, poi, erano degli inni…
Tutti noi condividevamo la passione per gli inni moderni, quando eravamo alla Charterhouse, così Tony, essendo il pianista, ci disse che avrebbe potuto suonarli. Fu Tony il propulsore di quell’idea.

L’intervista integrale su Classic Rock 76 che si può acquistare qui.

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