Abbiamo incontrato i canadesi Voivod in concomitanza con l’uscita di THE WAKE, loro quattordicesimo album, per ripercorrere insieme una carriera lunga trentacinque anni.

Di Chris McGarel

Nel corso degli ultimi 10 anni i Voivod hanno attraversato una specie di rinascimento, o meglio, un nuovo rinascimento. Il cambiamento costante non è una novità per l’entità muta-forme del Quebec, che ha fatto della reinvenzione di sé un vero marchio di fabbrica, adattandosi a cambiamenti ambientali e aggirando gli ostacoli che di volta in volta si sono presentati sulla sua strada. Questa volta però è diverso. Questa volta, però, sembra che ad accorgersene siano stati proprio in tanti.

All’alba del loro trentacinquesimo anniversario, i tempi sono maturi per una nuova rinascita e una rivalutazione della loro carriera di pionieri del progressive metal? “Spero di sì”, ammette Michael “Away” Langevin, batterista dei Voivod e unico componente storico rimasto in formazione. “L’ultima volta che hanno scritto recensioni così positive è stato all’epoca di NOTHINGFACE, ANGEL RAT e THE OUTER LIMITS, quindi è molto eccitante per noi. Credo che ci permetterà di partecipare a un numero più consistente di festival e forse riusciremo ad aprire per gruppi più famosi, il che è sempre bello”.

Langevin confessa che anche se le cose potrebbero cambiare presto “non è una cosa a cui pensiamo più di tanto. Siamo underground da così tanti anni che ormai siamo rassegnati a suonare un certo numero di concerti ogni anno e a vendere un certo numero di copie”. Una settimana dopo la pubblicazione di THE WAKE, a metà tour europeo, Langevin è in grado di fare una prima serie di valutazioni. “È meraviglioso”, ci dice sorridente. “Siamo contentissimi perché per noi la reazione della gente è sempre stata fonte di preoccupazione. Abbiamo lavorato per tre anni a questo disco e le recensioni e le reazioni del pubblico sono state un gran sollievo. È grandioso! È difficile fare un passo indietro e giudicare il nostro lavoro come arte. Speravamo che la gente si accorgesse della quantità di impegno che ci abbiamo messo.

A partire da TARGET EARTH del 2013, è diventato evidente che i canadesi non avevano nessuna intenzione di diventare il tributo di sé stessi. Anzi, stavano tracciando una nuova strada, come uno scienziato pazzo in un laboratorio prog. Viaggiando avanti nel tempo, per arrivare al 2018, passando per l’Ep POST SOCIETY del 2016, la loro scrittura ha subito un’evoluzione, acquistando sempre più sicurezza e prendendo dei rischi. Sempre in movimento.

Langevin è chiaramente ottimista per il futuro. Con le nuove leve nel gruppo c’è ampio spazio per la sperimentazione e il progresso. La tecnologia ha aperto nuove porte per quanto riguarda la composizione e la registrazione. “Abbiamo suonato parecchio dal vivo negli ultimi anni e abbiamo trovato il modo per comporre musica anche in pullman e nel backstage, utilizzando il computer. Ci è stato di grande aiuto. Forse adesso riusciremo a realizzare i nostri dischi più velocemente”

“E faremo album in eterno. Forse rallenteremo con i concerti a un certo punto. Però posso sempre contare sulla mia arte. È una vita bellissima. Non do niente per scontato. Quando non sono impegnato con la musica, faccio un sacco di lavori per altri gruppi, disegni per tatuaggi o copertine per libri. È grandioso perché da piccolo la mia prima ispirazione veniva dalle copertine dei libri di fantascienza in biblioteca, di cui mi divertivo a copiare le copertine”. Adesso che i Voivod festeggiano i loro 35 anni di carriera, stanno influenzando a loro volta una nuova generazione di fan. “Abbiamo un pubblico molto eterogeneo. Ieri a un concerto c’era un bambino in prima fila, aveva dodici anni. Al suo fianco c’era una signora di 78!

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