Prosegue lo speciale sulla scena di Canterbury degli anni 70, raccontata con un occhio di riguardo alla sua connotazione jazz.

Un breve estratto dell’articolo pubblicato su Prog 23.

Di Alberto Popolla

“Fol de rol” è un concetto inglese che significa nonsense, elemento centrale nella poetica canterburiana. Non a caso Fol de rol è anche uno dei brani più significativi del primo album degli Hatfield and the North, scritto da Richard Sinclair in collaborazione con Robert Wyatt e la sua compagna Alfreda Benge. Il testo di questa stramba canzone, che apre la seconda facciata di uno splendido 33 giri (tra i migliori della scena inglese), è assolutamente senza senso, con parole inventate e cantate a mo’ di filastrocca. Non inaspettatamente Wyatt lo riprenderà – unendolo a God Song di Phil Miller, da LITTLE RED RECORD dei Matching Mole– nella trasmissione Top Gear della BBC, registrata il 5 dicembre e messa in onda il 19; inserita nello stesso mese in Rockenstock, spazio televisivo francese (supportato proprio dagli Hatfield and the North).

Il mondo canterburiano è costellato di humour e stravaganze ai limiti dell’assurdo.

Richard Sinclair in Sober Song (in realtà è Licks For The Ladies nel primo disco degli Hatfield), registrata dal vivo dagli Hatfield sempre a Top Gear (marzo 1974) canta con romantico languore versi come: un re diesis minore con la quinta diminuita va sul do / semiminime puntate si suddividono solitamente in tre / Non sappiamo esattamente cosa intendiamo dire / eppure ne avevamo colto il succo, prima del cambio di accordi.

D’altronde Wyatt, in VOLUME TWO dei Soft Machine, interpretava l’alfabeto inglese sia in un senso che al contrario – A Concise British Alphabet Part 1 e A Concise British Alphabet Part 2 – con richiami al movimento dada e alla patafisica – Pataphysical Introduction 1 e Dada Was Here.In Why Am I So Short, dal primo 33 giri dei Softs, ironizza sulla sua statura e, in generale, sul proprio modo di essere, mentre in Alifie (ROCK BOTTOM) alterna testo a parole completamente inventate.

Per quanto riguarda Hugh Hopper, anche qui abbiamo alcuni suoi brani suonati più volte da diversi gruppi e solisti di Canterbury (e non solo). Memories, dal repertorio dei Wilde Flowers, viene ripreso più volte da Robert Wyatt dal vivo e incisa come facciata B del singolo I’m A Believer, pubblicato da Wyatt nel settembre 1974. Dedicated To You But You Weren’t Listening è su VOLUME TWO dei Softs, ma dà anche il titolo nel 1971 all’album di Keith Tippett, così come è nel repertorio dal vivo di Wyatt.

Abbiamo già visto di quando Mike Ratledge si sia imposto come innovatore, mediante l’uso di una fuzz box sul suo organo caratterizzando così il suono dei Soft Machine e quello della scuola di Canterbury in generale. Il suo stile è influenzato in parte dal pianismo di Cecil Taylor, soprattutto per i frequenti cluster e le dissonanze che percuotono la musica dei Soft Machine, e in parte dalla tradizione eurocolta.

L’aticolo integrale su Prog Music 23 in edicola (e in digitale) dal 20 marzo

 

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