La redazione di Stone Music ha realizzato una doppia intervista con Ghemon e Diodato: potete trovare la versione cartacea su Vinile n.19 e, in più, qualche domanda inedita di seguito al video…

Nel frattempo, buona visione!

 

 

Artisti in particolare a cui ti sei ispirato in passato o che ti ispirano tutt’ora?
G: Pino Daniele e tutta la scuola di Napoli centrale. Però più che avere degli idoli mi ispirano gli artisti coraggiosi, quelli che si reinventano, quelli che sono versatili, quelli che di volta in volta alzano la posta in palio piuttosto che sedersi, quelli che se raggiungono un pubblico più grande sono più coraggiosi di prima.

D: Sono partito con degli ascolti soprattutto di pop e rock inglese, dai Beatles ai Pink Floid, poi tutto il pop-rock degli anni Novanta come Radiohead, The Verve… A un certo punto ho riscoperto le mie radici, che probabilmente appartenevano molto più al cantautorato italiano, come De Andrè, Tenco, Lauzzi, Endrigo… e ho avuto anche modo di rendere omaggio a tutti loro con un album (A ritrovar bellezza, 2014). I miei ascolti variano tantissimo, cerco di non mettere barriere, forse il filo rosso che li lega è quell’attenzione al suono, quella sensazione di lavoro importante, di rispetto per ciò che si fa.

Pensi che si possano ancora attribuire agli artisti delle “etichette di genere”? e se sì, come definiresti il tuo di genere?
G: Rifuggo un po’ la questione del genere proprio perché se posso mi piazzo in mezzo a tre o quattro generi diversi. Faccio sia una cosa che un’altra. Penso di essere un rapper tutt’ora, penso di essere un cantante R&B, soul, ma anche un cantautore italiano. Quindi in realtà non saprei bene dove mettermi. Però sì, per il resto le cose vanno anche chiamate con il loro nome, e quando non c’è bisogna inventarlo. Io più che altro mi stufo quando mi infilano in un contenitore che credo non sia per niente il mio, quando per esempio mi dicono che sono un cantante indie…

D: È evidente che ci siano ancora delle grandi macro-categorie musicali, anche se però c’è da dire che la sensazione è che più si va avanti, più per fortuna si abbattono un po’ le barriere. È ciò che ho sempre cercato di fare con la mia musica, quindi mi verrebbe da dire che io faccio musica libera. Poi se vogliamo proprio dargli un’etichetta sarebbe pop-rock probabilmente.

Molti artisti dichiarano di sentirsi particolarmente ispirati a scrivere nei momenti “bui” o “tristi”. Vale lo stesso anche per te?
G: In realtà no, non scrivo quando sono triste, scrivo quando capisco perché sono triste, devo sempre incamerare un pochino la cosa. Nel pieno del dolore o nel pieno della gioia, secondo me, o soffri e basta o sei felice e basta, è sempre una fase lievemente successiva. L’importante è vivere. Se uno non ha vissuto, non ha sicuramente niente da raccontare.

D: Questa è una delle grandi battaglie che ho combattuto negli ultimi anni. Sicuramente le cose più intense vengono fuori in quei momenti lì. Però è una cosa molto pericolosa per chi fa questo lavoro, per gli artisti, per chiunque pensi che la sofferenza sia l’unico mezzo per arrivare alla verità. Luigi Tenco diceva: “quando sono felice non scrivo le canzoni, esco”, la grande sfida è invece proprio provare a raccontare anche la felicità, che è molto più complicato. In realtà sono anni che cerco di seguire più gli stadi felici per poi andare a descriverli, però capita che ci ricaschi anche io nel volermi infliggere la sofferenza per tornare a sentirmi vivo.

Dacci qualche anticipazione, cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo album?
G: Sarà sicuramente in linea con il percorso che stavo facendo, però sempre con un piccolo passo in più perché mi piace questo genere di confronto, altrimenti mi annoio. Sarà sicuramente un disco con più ritmo, questo è quello che vi posso dire di anticipazione.

D: Sarà un album in cui ci saranno tante parti di me che ho voluto tenere, sottolineare. Sarà molto eterogeneo, molto vario a livello proprio musicale, con dei momenti più scuri e dei momenti molto più disincantati, sento che è un passo ancor diverso da quelli che ho fatto in passato.

 

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