Quando la computer grafica non esisteva e il diritto d’immagine forse nemmeno

Prima dell’avvento del computer graphic, realizzare la copertina di un disco non era affatto semplice. Oggi bastano un portatile, un software e un buon print service, ma nell’era analogica la filiera era molto più lunga, specie negli anni Settanta in cui le follie visuali andavano per la maggiore: cover fustellate, cangianti, vellutate, tridimensionali, e persino pop up o dipinte a mano.

Di norma, per produrre queste piccole icone in formato 30×30, si contattavano studi specializzati, artisti famosi, ma anche sottoscalisti del design che si accontentavano di compensi molto inferiori. Per cui, non era infrequente come, a fronte di molto lavoro, indotti modesti e pochissimo tempo a disposizione, molti grafici non si facessero alcuno scrupolo nell’attingere a piene mani da qualunque immagine gli capitasse a tiro, incluso le copertine dei dischi altrui.

Un modus operandi imposto dalla sopravvivenza commerciale, ma che nel corso del tempo produsse analogie visive e concettuali, anche piuttosto imbarazzanti. Ma se negli anni Cinquanta sfruttare la stessa foto per decine di cover diverse era quasi una consuetudine, con l’imporsi dei concetti di look e di diritto d’immagine, il margine tra ispirazione e scopiazzatura (involontaria o intenzionale che fosse) divenne sempre più labile, e certe affinità cessarono di passare inosservate.

Fu questo il caso di due album entrambi nel 1971, e le cui copertine erano praticamente identiche: LocaL Anaesthetic degli inglesi Nirvana uscito per la Vertigo, e Oltre la collina dell’esordiente Mia Martini,opera invece della RCA. Stesso soggetto, stessa ambientazione, stesse tonalità cromatiche. Solo che il primo uscì all’inizio dell’anno, e l’altro una decina di mesi dopo. Cambiavano solo i caratteri, lo sfondo e qualche altro dettaglio, ma il plot della ragazza a piedi nudi sulla sedia a dondolo lasciava impietosamente supporre che il layout immortalato dal famoso fotografo della Vertigo Marcus Keef (sua la copertina del primo disco dei Black Sabbath) fosse già ben noto in casa RCA.

Tra l’altro, pare che esattamente nel periodo a cavallo tra le due pubblicazioni, il boss della discografica olandese Olav Wiper fosse passato proprio dalla Vertigo alla stessa RCA, portando con sé tutta la sua artiglieria di artisti, di collaboratori e, guarda caso, anche lo stesso Keef.

Per cui, se è vero che quando il mondo è piccolo la gente mormora, è quasi certo che la povera Mia Martini dovette esordire con un’immagine non del tutto originale. Ciò naturalmente nulla tolse al suo straordinario talento, anche considerato che nell’Italia del ’71 gli ormai decimati Nirvana erano men che sconosciuti, così come il loro Local Anaesthetic. Ma forse, almeno per Mimì, un piccolo sforzo creativo in più lo si poteva anche fare.

 

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