Un intellettuale scomodo ed eclettico, diviso tra letteratura, poesia, cinema, teatro e giornalismo. E, naturalmente, musica

Poco più di quarant’anni fa, la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini veniva assassinato, in circostanze non ancora del tutto chiarite, nei pressi di via dell’Idroscalo, a Ostia. Aveva 53 anni e lasciava un vuoto incolmabile nella scena culturale italiana, ma se la sua voce (a lungo rimpianta) avrebbe taciuto per sempre restavano le sue opere a tenere vivo il suo pensiero: un corpus ragguardevole e multiforme, diviso tra romanzi, raccolte di poesie, saggi letterari, politici, sociali, testi teatrali, sceneggiature, film.

Ci sono anche un pugno di canzoni, comprese tra 1960 e il 1974, per le quali aveva composto i testi e alle quali aveva dedicato non poca attenzione, incuriosito dal rapporto tra la canzone e la cultura popolare come uno dei possibili ambiti di interesse della sua indagine letteraria e poetica.

L’occasione gli si presentò nel 1959, quando Laura Betti sollecitava agli amici scrittori e poeti i testi per le canzoni del suo nuovo spettacolo “Giro a vuoto”, e all’appello risposero in molti, da Alberto Moravia a Ennio Flaiano, da Franco Fortini ad Alberto Arbasino, e Pasolini contribuì con tre canzoni in romanesco, “Valzer della toppa”, “Macrì Teresa detta Pazzia” e “Cristo al Mandrione”, le prime due musicate da Piero Umiliani e la terza da Piero Piccioni, tutte diretto riflesso del lavoro compiuto sul dialetto in occasione della stesura di Ragazzi di vita (1955) e di Una vita violenta (1959).

Per la seconda edizione di “Giro a vuoto”, Pasolini scrisse il testo di “Ballata del suicidio”, su musica di Giovanni Fusco, incisa da Laura Betti soltanto in francese (“La parade du suicide”, nella traduzione di Jean Rougeul, un regista e critico cinematografico francese, anche attore in 8 ½ di Federico Fellini) e proposta su disco per la prima volta nel 1989 da Grazia De Marchi nel suo album TUTTO IL MIO FOLLE AMORE, nel quale raccoglieva molte delle canzoni di Pasolini.

Il repertorio di “Giro a vuoto” si arricchì, per la sua terza edizione (1963) di “Marilyn”, una poesia scritta da Pasolini poco tempo dopo la scomparsa di Marilyn Monroe (1962), recitata da Laura Betti su un accompagnamento musicale di Marcello Panni, di cui non è rimasta traccia discografica ma che si poteva invece ascoltare, letta dalla voce di Giorgio Bassani, nel documentario di montaggio di Pasolini “La rabbia”, sempre del 1963. Laura Betti ha inciso per la prima volta questo brano nel 1995, su di un accompagnamento musicale composto per l’occasione da Luigi Cinque, in occasione della pubblicazione di “LUNA DI GIORNO”, un CD che raccoglieva quasi tutte le versioni originali delle canzoni firmate da Pasolini, curato da chi scrive.

“Uccellacci uccellini” altro non è che la messa in musica (firmata da Ennio Morricone) dei titoli di testa e dei titoli di coda dell’omonimo film diretto da Pasolini nel 1966, rielaborati dal poeta e regista in forma di testo e affidati alla voce di Domenico Modugno, così come “Cosa sono le nuvole” (di cui Modugno firmava anche la musica) che compariva all’interno dell’episodio Che cosa sono le nuvole?, girato da Pasolini nel 1968 per il film Capriccio all’italiana, e per il cui testo (una sorta di collage di versi shakespeariani) l’autore si era ispirato soprattutto all’Otello di Shakespeare.

“I ragazzi giù nel campo” e “C’è forse vita sulla Terra?” sono due testi firmati da Pasolini e Dacia Maraini sulle musiche composte da Manos Hadjidakis per il film di Dusan Makavejev Sweet Movie (1974) e interpretati da una giovane cantante poco conosciuta, Daniela Davoli. Oltre a “Marilyn”, c’è un altro testo espressamente poetico, “Meditazione orale”, scritto da Pasolini su richiesta di Ennio Morricone, al quale era stata commissionata una composizione per un disco a più voci celebrativo del centenario di Roma Capitale e che Pasolini recita, come scrive Morricone rievocando quella collaborazione, “con la compostezza asciutta, la timidezza severa che emanava dalla sua persona”. Questi dodici testi costituiscono dunque la testimonianza del lavoro compositivo di Pasolini nell’ambito della canzone, mentre le altre canzoni che portano la sua firma si basano su testi poetici già pubblicati.

Le poesie di Pasolini sono state fonte d’ispirazione per molti artisti e musicisti

Le poesie di Pasolini sono state fonte d’ispirazione per molti artisti e musicisti, e nel corso di questi quaranta anni passati dalla sua scomparsa non si è registrato alcun calo di attenzione nei confronti del suo lavoro. Il primo a mettere in musica le sue poesie è stato Sergio Endrigo con “Il soldato di Napoleone”, che faceva parte del suo primo album (SERGIO ENDRIGO, 1963) ed era l’adattamento della poesia “Il soldàt di Napoleon”, compresa nel ciclo “I Colussi” all’interno della sezione Romancero nella raccolta “La meglio gioventù” (1954);  “Danze della sera” riprende invece nelle ultime tre strofe il testo di “Notturno”, compresa nel gruppo di poesie “Il non credo” all’interno di “Il pianto della rosa”, seconda sezione della raccolta “L’usignolo della Chiesa Cattolica” (1958), e fu musicata da Ettore De Carolis, leader del gruppo Chetro & Co., che la incise su un singolo nel 1968.

La recessione proviene dalla sezione Tetro entusiasmo all’interno di “La nuova gioventù” (1975), ed è stata musicata da Mino Di Martino, ex componente del gruppo beat dei Giganti, con qualche adattamento rispetto al testo originale, e incisa da Alice nel 1992 per il suo album “Mezzogiorno sulle Alpi”. Del 2001 è la trasposizione in musica dei versi di “Una disperata vitalità” (parte VII) – una poesia contenuta all’interno del volume “Poesia in forma di rosa” (1964) – da parte degli Altera, un gruppo composto da Stefano Buzzone e Davide Giancotti (che firma la musica), in un album intitolato “Canto di spine”, con sottotitolo Versi italiani del 900 in forma canzone.

Alice torna a occuparsi di Pasolini nel 2003, quando inserisce nel suo album VIAGGIO IN ITALIA due nuovi testi del poeta friulano: “Febbraio” e “Al principe”, tutti e due musicati, anche questa volta, da Mino Di Martino. La prima è tratta dalla sezione “La seconda forma” de “La meglio gioventù” all’interno di “La nuova gioventù” (1975), mentre la seconda proviene dalla sezione “Umiliato e offeso” all’interno di “La religione del mio tempo”, una raccolta di poesie del 1961.

Nel 2005 Aisha Cerami, Nuccio Siano e Roberto Marino portano in scena il concerto-spettacolo “Le canzoni di Pasolini”, nel quale, oltre a riprendere molte delle canzoni pasoliniane conosciute, presentano anche una serie di inediti provenienti dalle carte dello scrittore e che sembravano avere la struttura di versi pensati per diventare canzoni, messi a disposizione da Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini, che per molti anni ha conservato, studiato e catalogato l’archivio dello scrittore.

Musicate da Roberto Marino, queste nuove canzoni (“Tango de li sette veli”, “Beguine”, “Ay desesperadamente”, “Chi è un teddy boy?”) entreranno poi a far parte, nel 2007, di un album intitolato “Le canzoni di Pier Paolo Pasolini”, che raccoglie anche una quinta canzone, “Dedica”, il cui testo in realtà era già stato musicato, come vedremo più avanti, da Sandro Stellin del gruppo I Dis Robàs nel 2002.

Negli anni Duemila infatti, sull’onda di un rinnovato interesse da parte degli artisti e del pubblico per le canzoni cantate nelle varie lingue dialettali delle regioni italiane, molti artisti friulani si confrontano con le poesie in dialetto di Pasolini, facendo riferimento soprattutto al volume che ne contiene di più, vale a dire “La meglio gioventù” (1954). Da quella raccolta, nel 2002 il gruppo I Dis Robàs estrae quindici testi che diventano dodici canzoni e tre recitativi (“Dedica I”, “Al fratello”, “Conzeit”), con l’aggiunta di un quarto recitativo (“Dedica II”) che proviene invece dalla raccolta La nuova gioventù.

Sempre nel 2002 anche Loris Vescovo si confronta con la poesia “Mi contenti” (reintitolandola “Al mal dal sabida”) e la mette in musica pubblicandola su un suo album intitolato “Stemane ulive”. Nel 2007 Luigi Maieronricava dal testo di “I Turcs tal Friûl” – un atto unico in friulano scritto da Pasolini nel 1944-1945 e pubblicato postumo nel 1976, che racconta dello scampato pericolo della comunità di Casarsa (paese natale della madre) rimasta indenne dal passaggio dei Turchi che si avventurarono nel Friuli nel 1499 – ben 12 canzoni con l’aggiunta di “Bel zuvinin”, che non fa parte di “I Turcs tal Friûl” ma proviene invece da “La meglio gioventù”. Nel disco compaiono anche 11 recitativi (in parte accompagnati da musica) estratti sempre da I Turcs tal Friûl e proposti dalla voce di Maieron, che canta tutte le canzoni tranne “Verzin beada”, “In punt di muart”, “Verzin santa e beada” e “Ti vevis resòn”, che sono interpretate da Gabriella Gabrielli, mentre “Jo i soi vecia” è cantata a due voci da Maieron e Gabrielli e “Coro dai Turcs” è eseguita da un coro.

Nel 2010, infine, Dario Zampa, un artista molto popolare in Friuli e soprattutto presso i Fogolârs Furlans (le comunità degli emigrati friulani sparsi in giro per il mondo), mette in musica “Il luzour ” e “Biel Zuvinin” (quest’ultima con musica diversa rispetto a quella di Maieron e tutte e due comprese nella raccolta “La meglio gioventù”) in un suo album dal vivo intitolato “Voe di identitât”.

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