È giunta l’ora di rendere omaggio a Elton John e ripercorrere i suoi fantastici anni 70.

Un estratto dell’articolo di Federico Guglielmi  pubblicato su Classic Rock 79, in edicola e online!

Quando sul finire del 1968 entrò nello studio londinese della DJM per registrare il suo primo Lp, Elton John era giovane ma non giovanissimo, e comunque tutt’altro che un principiante: all’epoca ventunenne, vantava una gavetta di entertainer da pub e di organista/cantante dei Bluesology, noti più come accompagnatori di stelle americane in tour nel Regno Unito e di Long John Baldry che per il paio di 45 giri usciti su etichetta Fontana nel biennio 1965/66.

Inoltre, dal 1967 aveva stretto un proficuo sodalizio con il paroliere (classe 1950) Bernie Taupin, varato e cementato con la scrittura a quattro mani di brani di pop di consumo per la scuderia della Dick James Music (la DJM, appunto); qui, convinto che nella vita non sarebbe stato un carneade ma un Artista con la A maiuscola, il pianista aveva “ucciso” la sua identità anagrafica di Reginald Dwight per ribattezzarsi Elton John, nome adottato pure legalmente nel 1972. Il singolo di debutto I’ve Been Loving You, il cui lato A era firmato John/Taupin ma era in realtà interamente opera del primo, aveva visto la luce per la Philips nel marzo 1968 senza ottenere grandi riscontri, e la stessa sorte sarebbe toccata al secondo disco di piccolo formato, Lady Samantha, edito sempre dalla Philips nel gennaio 1969 e in questo caso davvero frutto di un lavoro comune.

Pressoché ignorato dal pubblico fu anche EMPTY SKY, immesso sul mercato britannico sei mesi più tardi, che in compenso venne accolto con interesse dalla stampa e dagli operatori del settore in quanto chiara dimostrazione di un talento e un carattere prossimi a sbocciare.

Una raccolta di canzoni ben congegnate e godibili

Inciso su un otto piste, prodotto dall’interno della DJM Steve Brown (che si dice abbia avuto un ruolo di peso nel motivare i due songwriter ad affrancarsi dalle canzonette commerciali conto terzi per seguire la propria indole) e suonato da una mezza dozzina di strumentisti del giro selezionati tra amicizie e conoscenze, l’album mette in fila nove pezzi composti dalla coppia che sono da considerare una sorta di omaggio – accade spesso, negli esordi – ai riferimenti e alle passioni musicali di Elton John, più o meno shakeratiassieme.

Si prenda ad esempio la title-track, di addirittura otto minuti e mezzo, collocata in apertura: impossibile non vederci i Rolling Stones di BEGGARS BANQUET e THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST, benché con uno pseudo-Jagger più morbido del modello, mentre Western Ford Gateway rimanda ai Procol Harum (probabili ispiratori di Taupin a livello di poetica, al pari di Bob Dylan) così come alla Band e The Scaffold fa affiorare un Leonard Cohen meno fosco e tormentato.

In un continuo ping-pong dalla Gran Bretagna agli States, West Coast compresa, EMPTY SKY è a tutti gli effetti figlio dei tardi Sixties, con il suo pop-rock spesso echeggiante i Beatles – eloquente la copertina: al primo sguardo, come non pensare a John Lennon? – che in piena sintonia con il mood di quei giorni lascia qua e là spazio a qualche barocchismo (il flauto e soprattutto il clavicembalo).

Nonostante la personalità non ancora spiccatissima (o, forse, un po’ frenata dalle scelte di arrangiamento), una raccolta di canzoni ben congegnate e godibili che sarebbero però state rapidamente scalzate dal repertorio live, con l’unica eccezione della bella ballta Skyline Pigeon. Rimasto per tale ragione a lungo nell’ombra, EMPTY SKY si sarebbe preso la sua rivincita quando il suo titolare era ormai una superstar: commercializzato per la prima volta negli USA nel 1975, avrebbe conquistato il sesto posto della classifica.

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