Gli anni 90 non sono stati divertenti… Alla fine del 2017, l’anno in cui i Black Sabbath hanno tenuto il loro ultimo concerto, l’icona dell’heavy metal, Tony Iommi, riflette sugli insegnamenti ricevuti da una vita abbastanza movimentata.

È un orgoglioso cittadino di Birmingham che suona canzoni sul diavolo, ma che ha anche i suoi angeli custodi. Ha ottenuto fama e successo oltre ogni immaginazione, vendendo milioni di dischi e suonando davanti a milioni di fan con un gruppo che è stato tra i padri fondatori dell’heavy metal. Gli incidenti di percorso sono stati dei veri incubi – tra varie ed eventuali, anche una diagnosi di cancro.

Tony Iommi: “Credete sempre nell’impossibile!”

Ho perso la punta di due dita in un incidente sul lavoro. Era il mio ultimo giorno, stavo per lasciare quella fabbrica di lamiere per diventare musicista professionista. Avevo solo 17 anni e i medici mi dissero che provare a continuare a suonare la chitarra non aveva senso. Io però non ho mollato e alla fine ho trovato un sistema. E quest’attitudine ce l’ho avuta per tutta la vita: non ho mai mollato quando qualche membro del gruppo è andato via. Trovi un sostituto e vai avanti. E alla fine, comunque, siamo tornati insieme.

Tony Iommi: “I miei riff? Non ho idea da dove vengano”

Ma sono grato che ci siano. Arrivano dal nulla, non è che mi siedo lì a studiarli. Mi vengono e basta. È molto strano: mi siedo a suonare e in dieci minuti mi vengono due o tre riff. Qualcuno fa un po’ schifo, ma la maggior parte è utilizzabile. Sono una frana in molte altre cose, ma se c’è una cosa nella vita che mi riesce bene, quella sono i riff.

L’ultimo concerto dei Black Sabbath è stato strano, i primi invece facevano schifo

È una sensazione che si è sviluppata man mano che ci stavamo avvicinando a quell’ultimo concerto alla Genting Arena, ma che ho iniziato ad avvertire davvero solo il giorno stesso dello show. Guardavo il pubblico durante le ultime canzoni e c’era gente che piangeva. Sei un idolo per loro e amano ciò che fai, e da una parte mi sentivo come se li stessi deludendo. Che peccato!
Come siamo riusciti ad affermarci partendo da quei giorni, non saprei dirlo precisamente. Suonavamo in posti in cui nessuno era interessato. Oppure posti in cui  a gente pensava fossimo lì per suonare pop. Ricordo una serata in un posto a Egremont, il Toe Bar, dove un tizio si mise a urlare: “Il vostro cantante fa schifo!”. Fu davvero imbarazzante. Ovviamente, con il passare degli anni siamo migliorati, ma abbiamo dovuto educare il pubblico – e anche noi stessi – al nostro tipo di proposta, che era così diversa dal resto. È stato un processo di apprendimento.

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