Quarant’anni fa usciva il primo mitico album degli Skiantos. Era una stagione folle, vitale e furibonda, e Bologna produsse la band più “fuori” del rock italiano. Ecco la cronaca di quei confusi, irripetibili momenti.

L’origine degli Skiantos è avvolta (volutamente?) nella nebbia.
Siamo a Bologna (questo è sicuro): nella prima metà degli anni 70 pare esista un branco di ragazzini che si trovano nella cantina di uno di loro, tale Roberto Antoni che si fa chiamare Freak. In cantina, fanno soprattutto casino e ascoltano dischi: “Ci chiamavamo Freak Antoni e la Demenza Precoce – ricorderà poi Antoni – facevamo canzoni che non avevano il minimo contenuto da predicare. Delle canzonacce”. Makaroni o Permanent flebo (che finiranno nel primo album) sono di quel periodo.

Punk, new wave etc. non esistono ancora (non a Bologna o in Italia, comunque): a dominare il panorama musicale sono ancora progressive e cantautori. Anni dopo, nel 1977, Freak – che adesso frequenta il Dams – contatta un compagno di facoltà che fa teatro, Stefano Cavedoni, e gli chiede di studiare qualcosa di teatrale per un’ipotetica band. “Che genere fate?”, gli chiede, e Freak: “Non ne ho idea!”.
Ma tu suoni? Canti?”.  “No, e tu?”. “Neanche”.
Bene, dunque: nessuno suona, nessuno canta, quindi si può fare una band. Giusto? Giusto. 
Ma qui bisogna capire, come si dice, il “contesto”, perché se non si comprende cos’era Bologna nel 1977, non si possono capire appieno gli Skiantos e le altre decine di gruppi che in quei giorni misero a ferro e fuoco il rock italiano. Per cercare di raccontare cosa sia successo a Bologna tra il 1976 e il 1980 sono stati scritti libri, si è data voce ai protagonisti culturali, musicali e politici del periodo, si sono organizzati convegni e dibattiti. Eppure, resta molto difficile riuscire a raccontare anni in cui vicende politiche, artistiche, musicali, cronaca, candelotti, proiettili, cortei, convegni, occupazioni, concerti, vetrine spaccate, autoriduzioni, eroina a fiumi, spille da balia, follia, radio libere e mille altre schegge impazzite cozzarono violentemente dando origine a un ribollire che ancora oggi può essere rappresentato solo come un mosaico che cambia aspetto a ogni angolazione.

«Il gruppo sulla carta c’è, ma non ha mai suonato una nota insieme – in realtà, alcuni dei componenti non si conoscono neanche»

Musicalmente, si era arrivati a un punto morto: la creatività in città era, per diverse ragioni, ridotta quasi a zero. Si faceva musica come sempre, ma non si inventava quasi nulla. Più o meno, questo avveniva anche a livello nazionale: i cantautori iniziavano a… “cantarsi addosso”, i gruppi rock si impelagavano in un progressive sempre più arzigogolato e perfino la canzone commerciale viveva una fase di grande stanchezza rappresentata dal quasi annientamento del Festival di Sanremo, quasi abbandonato anche dalla televisione. A dare uno scossone all’ambiente musicale ci pensò l’esplosione del punk, ma questo fu solo uno dei mille aspetti che contribuirono all’ebollizione di quegli anni.
Perché se la Bologna del tempo sembrava il solito placido paesone addormentato, sotto la cenere la situazione era culturalmente e politicamente esplosiva. Dal 1975, il Conservatorio G.B. Martini vantava due corsi unici in Italia: Musica elettronica di Gianfelice Fugazza e Musica d’uso di Ettore Ballotta. In quei corsi si stavano preparando alcune delle menti più lucide della musica di quegli anni e di quelli a venire, come ad esempio i produttori Oderso Rubini (ne riparleremo),  Mauro Malavasi, Fio Zanotti e Celso Valli. Poi il Dams, che esisteva da diversi anni, nel ‘77 arrivava a ben 12.000 iscritti tra i quali futuri fumettisti, giornalisti e scrittori come Pazienza, Tondelli, Cacucci, Lucarelli o Iacona. Poi dal febbraio ‘76 trasmetteva Radio Alice, emittente che prima ancora che “incitare alla lotta armata” (questa la motivazione con cui fu chiusa) rappresentava un caposaldo della controinformazione: un microfono aperto a chiunque volesse dire qualcosa, una fonte inesauribile di musica che nessun altro trasmetteva, il catalizzatore di tanta disordinata, caotica e urgente creatività. Tutti questi elementi contribuirono in maniera determinante alla formazione di una “nuova” coscienza giovanile, nuovi gusti, nuove istanze. Proprio tra il ‘76 e il ‘77 prese vita il Movimento Studentesco che rivendicava con enorme forza spazio per idee, fantasia e creatività. Uno spazio che in nessun senso le istituzioni sapevano dargli. E non si trattava solo di rivendicazioni culturali: in una città storicamente governata dal PCI, il “nemico” del Movimento non era la destra italiana (qui quasi inesistente), ma la molto più ingombrante sinistra istituzionale: non a caso, accanto al portone d’ingresso della Facoltà di Lettere campeggiava l’enorme scritta “In Cile i carri armati, in Italia i sindacati”.
Sempre nel 1977, la stragrande maggioranza  degli iscritti al PCI bolognese aveva più di 40 anni: i giovani non si riconosceva più in un partito sempre più condiscendente (a livello locale e nazionale) con la DC, e se ne allontanavano. Di sicuro, chi governava la città non capì (o non volle, o non poté capire) la ricchezza del Movimento e delle sue idee, che erano sicuramente confuse e magari contraddittorie, ma avevano comunque il dichiarato obiettivo di mettere in crisi qualsiasi modello esistente, visto come impedimento alla libera creatività.

Leggi l’articolo completo nel numero di Gennaio di Classic Rock Italia! Disponibile in edicola dal 26/01 oppure sul sito cliccando qui.

Commenta Via Facebook