La cantante degli Skunk Anansie ci parla delle sue radici di Brixton, di quando si rapò a zero per trovare se stessa e del perché non ama troppo le certezze.

Dopo essere esplosa con gli Skunk Anansie nel 1994, Skin si è fatta rapidamente la fama di una delle performer live più viscerali e trascinanti della scena rock contemporanea. Dopo 3 dischi e una dozzina di singoli da classifica nei 5 anni successivi, il quartetto si prese una pausa quasi decennale. Nel frattempo, Skin (aka Deborah Dyer) aveva avviato una carriera solista, fatto la modella, la dj e, dalla riunione del gruppo nel 2009, anche la giudice in X Factor Italia.

Che infanzia hai avuto e come ha fatto Deborah Dyer a diventare Skin?
Ho avuto un’infanzia molto religiosa nella comunità afro-caraibica. Mia madre era un membro anziano della comunità, la domenica la passavamo in chiesa. Mio padre era nell’aviazione, per cui fino a 6 anni ho vissuto nelle basi militari, dove potevo scorrazzare senza problemi perché non c’erano macchine. Mio nonno aveva una bisca clandestina a Brixton, e il mio primo ricordo legato alla musica sono io che siedo in cima alle scale, guardando gli altri che ballavano reggae e ska: “Perché si muovono tutti così?”. “Stanno ballando”. Lo trovai meraviglioso. Da bambina guardavo sempre Top of the Pops col naso quasi incollato allo schermo, perché era l’unico programma musicale che mi fosse permesso vedere. Quando avevo 10 anni, apparve Blondie e io ebbi una rivelazione: “Voglio farlo!”.

Una volta mi hai detto che il tuo primo disco è stato My Baby Just Cares For Me di Nina Simone…
Sì. Un 10 pollici. Non l’avevo mai sentita, ma un mio amico che aveva appena 14 anni aveva rubato un po’ di dischi e li vendeva al mercato di Brixton. Lo comprai perché mi piaceva la copertina. Pensai: “Oh, una donna nera. Mi chiedo cosa stia facendo”. Me ne innamorai: aveva una voce strana, non come Ella Fitzgerald. Una voce squallida, rasposa, sporca, brutta, piena di emozione e con uno strano vibrato. Quel disco ce l’ho ancora.

La scoperta del rock fu un momento molto importante per te?
Sì. Da piccola c’incontravamo con i bianchi solo in chiesa e al catechismo, e poi basta. Quando ebbi circa 14 anni, Brixton iniziò a diventare un quartiere multirazziale e iniziai a sentire altri parlare di musica. Amavo lo ska e c’erano questi ragazzi bianchi che lo suonavano. Ascoltai Too Much Too Young degli Special  pensai: “Mi piace. È ska, ma è diverso, l’hanno reinventato”, e da lì scoprii le chitarre. Poi scoprii i Cure e diventai una piccola goth. La chitarra mi affascinava e iniziai a imparare a suonarla, scoprii la distorsione e il blues, per cui le chitarre che mi piacevano erano sempre più blues e distorte. All’inizio degli anni 90 i Nirvana cambiarono tutto, di botto, e tutti iniziammo a indossare camicie militari e pantaloni strappati. Fu allora che m’immersi davvero nel rock: Hendrix, i Mother’s Finest, il rock nero e i gruppi sperimentali, George Clinton, i Parliament, i Funkadelic.

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