ROGER WATERS: restare rilevanti dopo una band leggendaria

Foto via: www.digitalspy.com

E’ possibile restare rilevanti dopo l’implosione di una band leggendaria e resistere alla normalizzazione della musica? In ogni caso, Roger Waters, è la dimostrazione vivente che tutto ciò è davvero possibile.

Si può rimanere rilevanti dopo l’implosione di una fra le band più leggendarie del rock? Si può resistere alla normalizzazione della musica e continuare a farne un uso fortemente politico? Si può celebrare il proprio passato senza farsi risucchiare dall’effetto-revival? In tutti e tre i casi, Roger Waters dimostra che la risposta è sì.

Può sembrare una teoria bizzarra, riferita all’uomo che arrivò a sputare in faccia al suo pubblico ben prima che il punk rendesse usuale questa nobile attitudine, ma per certi versi Roger Waters, 75 anni a settembre, rappresenta una sorta di dio in terra. Un dio a volte burbero, oggi molto ammorbidito verso i fan ma non certo verso i mali della società. Un dio che confessa la propria impotenza rispetto a tutto ciò che di orrendo accade nel mondo, giorno per giorno, con lo spettro di guerre sempre più vicine a noi che s’ingigantisce. Ma che, nonostante questo, non  sventola bandiera bianca: fin quando ci sarà da combattere un nemico e fin quando ci sarà da prendere una posizione, fosse anche impopolare, Waters sarà lì in prima fila. Nel dorato mondo degli artisti, che tende solitamente a non esporsi per non scontentare nessuno, una mosca bianca. Del resto, anche l’arte che ha saputo donarci è una rarità assoluta. E il suo Us + Them tour, approdato in Italia ad aprile per sei concerti sold out (due a Milano e quattro a Bologna), dimostra proprio questo. Breathe, breathe in the air / Don’t be afraid to care

L’Unipol Arena di Casalecchio di Reno fa veramente schifo, da denuncia alla corte europea per i diritti dell’uomo da parte di chiunque superi il metro e venti di altezza, per non parlare della temperatura vergognosamente alta nonostante siamo solo ad aprile. Ci vuole veramente un amore immenso per resistere. Ma i 16.000 di questa sera amano, amano senza riserve quest’uomo e tutto ciò che egli rappresenta. Sono lunghi, quasi interminabili, i minuti in cui il maxischermo alle spalle dei musicisti inquadra una donna di spalle in riva al mare. Sembra una fotografia ma, in realtà, ogni tanto si percepiscono impercettibili movimenti. Poi, sui monitor vengono proiettati frammenti di pianeti che fluttuano nello spazio e sopraggiungono, in contemporanea, i primi rumori. Quei rumori d’ambiente indefinibili, quei tonfi, quei suoni percussivi che creano un’atmosfera che nessuno ha mai saputo incarnare meglio dei Pink Floyd. Quindi il battito di un cuore, l’inconfondibile risata di un pazzo e le urla femminili che introducono Breathe, la prima canzone compiuta di THE DARK SIDE OF THE MOON. Eccolo lì Waters, in questa prima fase solo uno della band che si limita a suonare il basso e lascia cantare i suoi musicisti e le coriste. Sullo schermo arrivano allora i paesaggi lunari, le riprese aeree e le quattro torri della Battersea Station, richiami sparsi alla storia dei Floyd. Ma, in realtà, a seguire è un brano tratto da MEDDLE, quella One Of These Days introdotta proprio dal basso distorto di Waters. In studio, lo strumento lo suonarono insieme sia lui che David Gilmour, e anche stasera è così (il bassista aggiunto è Gus Seyffert), solo che Roger si concede pure un breve assolo prima dell’ingresso della voce distorta preregistrata di Nick Mason che promette di farci a pezzetti. Preludio all’apoteosi strumentale che termina in un’esplosione di tuoni, perché qui sono vietati i momenti di stanca e, tra un brano e l’altro, c’è sempre qualche rumore di fondo e qualche immagine che ti cattura. Adesso tocca agli orologi.

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