Il trionfo del Fake Rock: la verità sulle tribute band

Nel mondo del rock c’è un territorio sempre più vasto, popolato da musicisti il cui obiettivo non è “essere qualcuno”, ma “qualcun altro”. Sono le tribute band, quelle che annullano la propria identità artistica per assumerne una (famosa) in prestito.

“Questa sera andiamo a vedere i Genesis… più o meno”

Ecco: in questo “più o meno” sta tutta l’essenza del concetto di tribute band. Che, innanzi tutto, non è semplicemente una cover band. A differenza di una cover band, una tribute band esegue la musica di un solo artista o gruppo. E non basta: propone esibizioni ricalcate sulle scalette originali, adottando gli stessi impianti scenici (luci, scenografie ecc.), gli stessi strumenti e, nel caso siano importanti, gli stessi costumi. In alcuni casi utilizzando materiale originale appartenuto all’artista “coverizzato”.
Insomma cambiano solo… le persone.
Pro e contro Si tratta di un fenomeno che da molti viene giudicato negativamente. Eppure, perché dovrebbe essere disdicevole dedicarsi unicamente a materiale altrui? Dopo tutto, in alcuni ambiti musicali questa è l’assoluta normalità. Nella musica classica, ad esempio, nessuna orchestra sinfonica (a cominciare da quelle più acclamate) esegue materiale originale, e solo raramente propone quello composto dal proprio direttore. Ben pochi interpreti (a cominciare dai più famosi e acclamati) eseguono musica propria.
In quell’ambito, insomma, è accettato come ovvio: nessuno si sognerebbe di sminuire i meriti di Berliner Philarmoniker, Pavarotti o Maria Callas, Uto Ughi o Arthur Rubinstein perché “non eseguono musica propria”. Allora perché nel rock sì?

Oltre la nostalgia, siamo nella celebrazione di un’opera, il rock è diventato la musica classica del terzo millennio”, spiega Philip Maneuver, caporedattore della storica rivista francese «Rock & Folk», e aggiunge: “Qual è la differenza tra una tribute band e un’orchestra sinfonica che interpreta la Nona di Beethoven?”. Appunto.
Nello stesso modo, non viene sminuito il jazzista che esegue i cosiddetti standard, classici “senza tempo” conosciuti e suonati da chiunque si applichi a questa musica. Certo, dove nella musica classica la partitura è tutta “scritta” e all’esecutore viene lasciata solo la libertà della sua interpretazione, nel jazz dagli accordi e dalla melodia originari, il musicista parte per il proprio personale e originale percorso improvvisativo.
Impossibile dunque assimilare questo tipo di esecuzione a una semplice cover riprodotta “tale e quale”. Tuttavia, il materiale di partenza è sempre… non originale.

Perchè in ambito pop e rock, i musicisti che non eseguono musica originale sono considerati di un livello inferiore? Parole alle tribute band.

Invece, in ambito pop e rock, i musicisti che non eseguono musica originale sono considerati a un livello “inferiore”, forse perché, certo, in questo tipo di operazioni, creatività e originalità sono spesso bandite. Ma magari anche questo è solo un pregiudizio che, alla luce di quanto avviene in altri ambiti musicali, andrebbe rivisto. Tanto più se si parla di tribute band, il cui lavoro, come si accennava all’inizio, è frutto non solo di studio e riproposizione perfetta di brani musicali di un gruppo o artista, ma anche di tutto quanto vi fa da contorno: dal tipo di chitarra usato per quell’assolo, alla scaletta precisa del concerto riproposto, dal tipo di luci ecc.
Tutto frutto di ricerche accurate e, dopo, del recupero di tutto il materiale occorrente. Ad esempio, spiega Marcello Rossi, chitarrista dell’italiana The Dark Machine: “La nostra formazione è composta da 12 musicisti più i tecnici: oltre 20 persone che portano in tournée uno show di tre ore nel quale ripercorriamo filologicamente la storia dei Pink Floyd, dalle creazioni più sperimentali e corali dei primi anni, fino agli album di impianto evidentemente più gilmouriano e solistico dell’ultimo decennio, evidenziandone in particolar modo le improvvisazioni come culmini espressivi. Abbiamo un’attenzione maniacale verso i giochi di luci e ogni elemento scenografico, come nella continua ricerca di quelle immagini acustiche e di quei pieni sonori dal sapore quasi sinfonico che hanno sempre contraddistinto la band. Insomma, si tratta di un vero e proprio tributo allo storico gruppo e non una sterile riproduzione pedissequa: l’idea è di restituire al pubblico un’immagine fluida delle improvvisazioni e del live pinkfloydiani”.

Il fatto è che, soprattutto per quanto riguarda vecchi storici gruppi di cui magari esistono pochissimi filmati, questo tipo di concerti è quanto di più vicino si possa immaginare a un concerto “vero” del gruppo amato. Vi siete persi i Genesis con Peter Gabriel negli anni 70? Il concerto dei canadesi Musical Box può darvi davvero l’illusione di un salto indietro di 45 anni. Loro sono talmente perfetti da aver conquistato gli stessi… Genesis: “Non sono solo una tribute band”, ha detto Phil Collins, “hanno preso un periodo storico e lo stanno riproducendo fedelmente nello stesso modo in cui qualcun altro realizzerebbe una produzione teatrale”.
Ecco lo spirito giusto dell’operazione: non c’è niente di negativo, per una compagnia di prosa, nel recitare Shakespeare invece di una pièce inedita. “E poi, suonano meglio di quanto facessimo noi!”, ha concluso Phil, mentre si dice che Peter Gabriel abbia portato suo figlio a vedere lo spettacolo per mostrargli cosa faceva il padre “quand’era giovane”…

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Testo a cura di Lucio Mazzi.

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