La prima volta di Demetrio Stratos

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La convinzione è che ormai tutti i tasselli siano collocati al posto giusto, ma la storia della nostra musica sa ancora riservare curiose, interessanti sorprese a quanti hanno pazienza e voglia di indagare un po’ a fondo. Questa che andiamo a svelare, credeteci, è proprio bella.

La saga del beat nazionale – o, meglio, del “bitt”, come si era soliti dire – è piena di vicende sulle quali non sarà forse mai possibile far luce. Con tanti suoi protagonisti scomparsi, alle prese con ricordi fallaci, poco propensi a raccontare verità magari “scomode” o così convinti di una versione errata dei fatti da ribadirla per inerzia, venire davvero a capo di avvenimenti che risalgono a ormai più di mezzo secolo fa può essere molto complicato. Talvolta, però, capita che all’improvviso certi misteri smettano di essere tali, liberati dalla cappa scura che li aveva avvolti non necessariamente per volontà di qualcuno ma perché al tempo tutto era più naïf, alla buona, alla carlona.

Fu in questo mondo che, nel giurassico 1966, vide la luce in varie nazioni (Italia esclusa) un 45 giri attribuito ai fantomatici The Clockwork Oranges, sigla che di sicuro avrà suscitato un notevole fascino evocativo almeno su quanti avevano letto il quasi omonimo e geniale romanzo distopico di Anthony Burgess edito quattro anni prima e nel 1971 trasposto da Stanley Kubrick in un film altrettanto epocale. Il singolo conteneva gli adattamenti in inglese con testi di Howard Blaikley di due brani in stile surf-pop-rock dell’Equipe 84 pubblicati nel 1965 dalla Vedette Records del Maestro Armando Sciascia, anche co-firmatario del lato A con lo pseudonimo Tical: il vivace Ready Steady, ovvero Prima di cominciare, e il più pacato After Tonight, cioè Notte senza fine.

Fino a prova contraria, le basi strumentali sono quelle incise da Maurizio Vandelli e compagni, delle quali il discografico aveva piena disponibilità di utilizzo, appena “irruvidite” da un nuovo mixaggio più adatto alla platea r’n’r. La bella foto sulla copertina della stampa tedesca ritrae invece la prima formazione “ufficiale” dei Pooh (da sinistra a destra: Gilberto Faggioli, Valerio Negrini, Mario Goretti, Mauro Bertoli e Robert Gillot), che l’etichetta aveva da poco accolto in scuderia per compensare la perdita proprio dell’Equipe 84.

L’operazione The Clockwork Oranges, poco limpida ma in quel periodo tutto sommato “normale”, era stata studiata per l’estero, come implicitamente dimostrato dall’assenza in tutte le varie edizioni del nome della Vedette; fa eccezione quella britannica, la prima a essere immessa sul mercato (“A Vedette Recording”, si legge sul centrino), confezionata da quella Ember Records che avrebbe ceduto su licenza i diritti di commercializzione alle altre label.

Un bell’intrigo, reso persino più bizzarro e surreale dal doppio rinnegamento del 45 giri; nonostante alcuni componenti dei due gruppi abbiano ricostruito diversamente gli eventi, Equipe 84 e Pooh non lo inseriscono nelle rispettive produzioni, e questo taglia la testa al toro. Il principale interrogativo di appassionati e collezionisti è stato però, per decenni, “ma chi canta i due pezzi?”. La risposta, imprevista e imprevedibile, è che per farlo era stato ingaggiato e spedito a Londra l’allora quasi ventunenne Demetrio Stratos.

L’articolo completo, a cura di Federico Guglielmi, e le interviste a cura di Vito Vita, sono su Vinile n.17, in edicola dal 20 dicembre e in digitale, disponibile qui.

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