The Pineapple Thief al Largo Venue: live review

Giovanni Davoli, Pineapple Thief, Live Review, Stonemusic

La live review del concerto de The Pineapple Thief del 22 febbraio, scritta dal nostro lettore Giovanni Davoli

“Thanks for making the first Pineapple Thief show in Rome so special” ringrazia Bruce Soord. Largo Venue è pieno, il pubblico, estremamente caloroso per gli standard italiani, è composto da persone di tutte le età con tanti under 40. Buone notizie per la buona musica oggi a Roma. Quella che forse è la migliore prog band dei giorni nostri incanta ed esalta per oltre una ora e mezza.

Gavin Harrison è la star, lo sanno anche i suoi compagni di band. Nel saluto ai fan del VIP package Gavin guida i compagni camminando davanti a tutti e firma pazientemente le decine di vinili che gli portano, mentre gli altri lo guardano: “Gavin is always very busy”  ci dicono. È ovvio che il VIP package sia tutto per lui: un fan romano chiede una foto inginocchiato davanti a Gavin in divertita, ma sincera, adorazione. Le pelli firmate della sua batteria vanno a ruba al tavolo del merchandise. Anche il mixaggio sembra fatto apposta per esaltare il suo contributo: metà del pubblico non gli stacca gli occhi da dosso un solo istante. Rispetto ai King Crimson, dove è parte (fondamentale) di una orchestra, qui i suoi tamburi sono il centro della musica.

Con lui, i TPT hanno trovato la formula che li ha fatti entrare nelle charts, ma tutta la band e la loro proposta musicale sono di valore, dimostrandolo in concerto. Peccato che basso e chitarre acustiche scompaiano nel mix di Largo Venue. In compenso, le tastiere disegnano l’atmosfera (con tanto mellotron) e i soli di chitarra le sferzano, dando momenti di grande elettricità. La voce di Soord fluisce senza sforzi e grandi acuti ma entra dentro l’ascoltatore. I TPT viaggiano tra il prog sinfonico e melodico dei ’70, i Porcupine Tree e i Radiohead, creando un sound originale che prende da tutti e non assomiglia a nessuno.

Guardandoti attorno nella folla si notano sessantenni che hanno visto l’ascesa e la caduta del prog; critici musicali affermati che sul tema hanno scritto libri; giovani coppie che si stringono e si baciano; giovani batteristi estasiati: “torno a casa e appendo le bacchette al chiodo”, dice uno accanto a me! E invece tornerà a casa e si rimetterà i TPT in cuffia seduto nel suo sgabello cercando di capire come quegli stacchi, quelle rullate siano possibili per noi umani. “Gavin Harrison è Dio”, si potrebbe dire, ricorrendo ad espressioni che una volta si usavano solo per i chitarristi. Se si crede al Dio della batteria, difficile pensare ci possa essere un altro profeta in terra.

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