Live Review: John Mayall a Firenze

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La recensione del concerto di John Mayall del 25 marzo a Firenze

Per la rubrica “Live Review” il nostro lettore Riccardo Iapucci ci manda la sua recensione del concerto di John Mayall.

THE SAME OLD BLUES, BUT I LIKE IT

Quando ho visto i cartelloni che annunciavano il Tour di John Mayall per il suo 85° compleanno mi sono venute in mente 2 cose… lo fa perché è a corto di soldi, oppure ha ancora voglia nonostante l’età e gli acciacchi di una vita non ordinaria di andare in giro a portare il suo “verbo” blues. Siccome sono un sognatore e per fortuna non sono il solo, ho optato per la seconda ipotesi e ho acquistato il biglietto con un misto di ammirazione e incredulità.

Quando sono arrivato al Tuscany Hall giusto in tempo per l’inizio del concerto, l’atmosfera era rilassata e il pubblico (composto – come mi aspettavo – di 50/60enni, ma anche con mia somma sorpresa e soddisfazione da persone molto più giovani) era in religioso silenzio in attesa delle prime note.

Quando Mayall è uscito capitanando un classico quartetto formato da batteria/basso/tastiere e chitarre l’applauso è stato caloroso. Il vecchio bluesman alla cui scuola si sono formati decine di musicisti fra cui molti importantissimi chitarristi del rock anni 60/70 (cito solo Eric Clapton, Peter Green e Mick Taylor), è partito subito al trotto eseguendo in rapida sequenza STREMLINE (vecchio brano dei BLUESBREAKERS), WHAT HAVE I DONE WRONG (dal suo ultimo lavoro NOBODY TOLD ME a cui hanno partecipato fra gli altri Joe Bonamassa, Todd Rundgren Alex Lifeson e Stevie Vandt Zandt) e IF I DON’T GET HOME, allungando il kilometraggio dei pezzi per permettere alla sua band di dimostrare il suo valore, ritagliandosi un posto di accompagnatore con le testiere e naturalmente cantando con la sua caratteristica voce stentorea e monocorde, comunque riconoscibilissima fra tante anche a distanza di anni.

Poi ha eseguito un classico di Mose Allison come PARCHMAN FARM guidato dalla sua amatissima e inseparabile armonica. Pescando dal suo vastissimo repertorio ha ripreso un brano da USA UNION, NATURE’S DISAPPEARING che tratta di temi ecologisti, dove ha dato libero sfogo alla band (Jay Davemport alla Batteria/Greg Rzab al Basso e Carolyn Wonderland alle chitarre), con una nota di merito per la chitarrista (una rossa occhialuta con qualche punto di contatto con Bonnie Raitt) che si è esibita in una sciolta tecnica Finger-Picking virata al rock e con buone qualità anche come cantante, segno che il fiuto per la scelta dei musicisti non si è affievolito con gli anni.

Con A DREAM ABOUT THE BLUES si è messa in evidenza anche la sezione ritmica, precisa dinamica e muscolare nei momenti giusti, la forza propulsiva che ogni band deve avere, con brevi ma significativi assoli dove il bassista ha pure accennato al riff di Smoke On The Water forse per un suo vezzo o per dare le coordinate dei sui gusti musicali. Stesso trattamento allungato quasi a farne delle piccole jam session anche per FLOODIN’ IN CALIFORNIA (cover di Albert King) e CONGO SQUARE di Sonny Landreth. Non può mancare in un concerto di John Mayall un brano dedicato al suo eroe di gioventù, quel J.B. Lenoir a cui il nostro si è sempre ispirato, in questo caso si tratta di MAMMA TALK TO YOUR DAUGHTER, e qui lo vediamo cantare veramente ispirato e quasi in modo devozionale, e anche la band sembra capire il momento lasciando al maestro il proscenio.

A questo punto la sala è calda e ogni brano che viene eseguito suscita applausi quasi meravigliati per la bravura dei solisti e di ammirazione per il vecchio John, che scherza con il pubblico che approva la scelta dei brani da eseguire e sembra divertirsi come ai tempi belli. C’è ancora da segnalare una WHY DID YOU GO LAST NIGHT di Clifton Chenier, e dopo quasi 2 ore di musica – e vorrei dire buona musica – eseguita con perizia e bravura la band saluta;  c’è da chiedersi come un uomo nato nel 1933 riesca ancora a stare su un palco anche se con passo incerto, ma suonando e cantando traendo la forza da chissà dove.

Dopo aver visto un concerto del genere, che devo dire mi sono goduto dal primo all’ultimo minuto, mi viene da augurare a quest’uomo che quando giungerà il momento di salutarci che lo possa fare dopo aver suonato la sua musica e quindi che vada felice e con il sorriso sulla bocca. Thank you John, e tanti auguri Nonno Blues!

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