I 100 dischi migliori degli anni 60: I got dem ol’ Kozmic Blues Again Mama! (Janis Joplin)

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Il terzo album di Janis Joplin

Nell’ottobre 1968 Janis Joplin aveva all’attivo un Lp al n. 1, un singolo nella Top Ten e una serie di concerti tutti sold out. Un critico aveva elogiato la sua voce, definendola “incalzante, ardente, puro blues bianco”. Un altro aveva scritto che sembrava “una mignotta che ti chiama dalla finestra al secondo piano di un bordello, per adescarti “. Nel suo primo assaggio di notorietà, la 25enne cantante dei Big Brother & the Holding Company avrebbe dovuto essere al settimo cielo. Invece, si sentiva una merda.

Dopo settimane passate in tour a promuovere il loro secondo disco CHEAP THRILLS, e con l’hit Piece Of My Heart perennemente in radio, Janis non ne poteva più della formula sempre più standardizzata dei loro concerti. Più o meno a metà di un tour in Europa, Janis annunciò che una volta finiti i concerti prefissati avrebbe mollato i Big Brother. Nell’orecchio le ronzavano ancora le parole di incoraggiamento del manager Albert Grossman, che promise a Janis che se avesse finalmente deciso di lavorare come solista le avrebbe potuto far avere un contratto da due milioni di dollari. Sempre nello stesso periodo, il presidente della Columbia Records, Clive Davis, si dava da fare per sedurre Janis facendole credere di essere un misto di Aretha e Barbra Streisand. Davis voleva fiati, archi, Las Vegas, speciali tv e tutto il pacchetto collegato. Una volta messo nero su bianco il contratto con la Columbia, Davis spinse per trascinarla subito in studio. Le registrazioni iniziarono il 16 giugno 1969 nel Columbia Records Studio di New York.

La fretta di Davis di farle pubblicare il suo primo disco solista in tempo per sfruttare il successo di CHEAP THRILLS impedì al nuovo gruppo di avere il tempo di amalgamarsi. 

Dem Kozmic Blues contiene momenti sublimi

In questo caos, Janis si perse nel suo stesso disco, personalmente e musicalmente. Eppure,  DEM KOZMIC BLUES contiene anche momenti sublimi. I migliori sono quelli in cui gli arrangiamenti più intelligenti e minimali permettono alla sua voce di salire alla ribalta. Maybe ad esempio, riscrittura geniale di un vecchio successo delle Chantels, oppure One Good Man, dove Janis duetta con la tagliente chitarra di Michael Bloomfield, rendendo il brano quasi un modello per i primi due dischi dei Led Zeppelin. Ma il capolavoro è una cover di Little Girl Blue, brano di Rodgers & Hart tratto da Jumbo, commedia musicale di Broadway del 1935. Anche se modifica a modo suo il testo di Lorenz Hart, si avverte la profonda empatia della Joplin per il brano.

Nessun’altra esecuzione illustra meglio la sua incredibile sincerità, l’empatia e la capacità di piangere per se stessa mentre sembra farlo per chi l’ascolta.

Pubblicato nel settembre del 1969, il disco centrò l’oro, ma non produsse nessun singolo da Top Ten e suscitò reazioni contrastanti nella stampa. Una tipica recensione, tratta da «Rolling Stone», si sbrodolava in elogi sulla voce di Janis, ma condannava l’accompagnamento definendolo “peggiore di quello di un gruppo da locale da ballo”. Janis andò in tour con molti dei musicisti coinvolti, e si gettò anima e corpo nei concerti. “Non mi abbattono”, disse. “Devo reggere, devo sentire tutto questo, perché se io non lo sento, allora il pubblico non lo sentirà nemmeno lui”.

Poi nell’estate del 1970 formò un altro gruppo, The Full Tilt Boogie, che definì “talmente solido che ti ci puoi appoggiare”. Ma prima che la sua evoluzione creativa potesse sbocciare, Janis se ne andò. Un anno dopo la sua morte, la Columbia pubblicò PEARL, l’ultimo pezzo di un puzzle che rimarrà per sempre incompleto


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