Buckcherry: tre domande a Josh Todd

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Il frontman dei Buckcherry parla di dipendenze, di tatuaggi e della morte del rock radiofonico.

Un breve estratto dell’intervista a Josh Todd realizzata da Henry Yates, che si trova su Classic Rock 78 (in edicola da domani).

La scena rock di fine millennio sembrava cupa e flaccida, poi arrivarono i Buckcherry: successo immediato con l’omonimo disco di esordio del 1999. Era un gruppo che aveva gli ingredienti giusti: i riff ammiccanti di hit come Lit Up, ma anche un che di controverso nel passato di tossicodipendenza del frontman Josh Todd. Vent’anni dopo, Todd è un uomo nuovo, ma WARPAINT, l’ottavo disco dei Buckcherry, suona come un misto di GN’R e AC/DC, minaccioso più che mai.

WARPAINT è un ottimo titolo.
Ha molti significati. È una celebrazione. E significa anche prepararsi per la battaglia. Crescendo, ero affascinato dai nativi americani. Quelle pitture che si mettevano addosso mi piacevano: si tatuavano – i ragazzi quando crescevano, le donne quando rimanevano incinte. Le persone tutte tatuate mi hanno colpito fin da piccolo, e poi l’ho fatto anche io. È il mio abito da lavoro.

 

I Buckcherry non vengono più trasmessi molto in radio, e a quanto pare questo ti urta.
Sì, è davvero frustrante! Perché scrivo canzoni che ti entrano in testa. Negli USA, in pratica, per il rock da radio c’è un modello unico. È come se ascoltassi sempre la stessa canzone per 45 minuti. Tra i gruppi che passano in
radio, non ci sono differenze. Pensa agli anni 90, quando avevamo dei frontmen incredibili: Kurt Cobain, Layne Staley, Chris Cornell, Eddie Vedder, il fottutissimo Zack De La Rocha. Ogni gruppo aveva un sapore unico, e quando sentivi un brano sapevi subito di chi era. Questo si è perso. Ed è uno dei motivi per cui il rock è messo come è messo. Non è più un fenomeno mainstream.

E oggi, la tua ribellione che forme assume?
Non si tratta di ribellione. Non sono mai stato uno che segue la maggioranza. Sono così fin da bambino. Credo che i Buckcherry siano un gruppo rock unico. Non credo ci sia qualcun altro come noi in giro. Vuoi sapere se intendo cambiare la vita delle persone? Non so se mi vada. Ma so che voglio avere un impatto sulle loro vite. Voglio essere indimenticabile.

L’intervista completa su Classic Rock 78: acquistalo qui.

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