Voglio chiudere alla grande: l’intervista a Peter Frampton

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Per Peter Frampton è giunto il momento di uscire di scena con stile. Ma quando lo incontriamo durante il suo tour di addio, ci ricorda che non è la prima difficoltà che affronta in 50 anni di carriera.

Un estratto dell’articolo  pubblicato su Classic Rock 79, in edicola e online!

Osservare Frampton esibirsi dal vivo quest’estate per quella che forse sarà la sua ultima occasione, sicuramente evocherà ricordi della sua carriera. A una prima riflessione, la sua giovinezza come figlio di un’insegnante d’arte a Bromley, Kent, sembra del tutto normale, almeno fino a che non si ricorda che uno dei suoi compagni di scuola era un certo David Jones. “Nell’intervallo per il pranzo suonavamo assieme la chitarra”, ricorda del ragazzo che poi sarebbe diventato David Bowie: “Cambiava sempre acconciatura. Una volta si rasò le sopracciglia.

Mio padre era l’insegnante di David, e quando ebbi tra le mani la copertina di HUNKY DORY – dove fondamentalmente è vestito come una drag queen – vidi mio padre sbuffare e alzare gli occhi al cielo. Ma lui e David avevano un ottimo rapporto”. Frampton in quel periodo passò per tutta una serie di gruppi quasi-famosi: i più celebri furono gli Herd, ricordati per una hit nella Top 10 inglese nel 1967, From The Underworld, un pezzo dal tema mitologico.

I media avevano già iniziato a insistere sull’aspetto da ragazzino belloccio di Frampton, ma la sua mossa successiva, unirsi a Steve Marriott nel 1968 per formare i rispettati Humble Pie, dimostrò che dietro quel faccino c’era dell’altro. “Quando partirono gli Humble Pie, ci dividevamo il cantato”, dice. “Ma a mano a mano che andavamo avanti, ci rendemmo conto che Steve avrebbe dovuto avere più spazio. Nessuno avrebbe potuto resisterci, se Steve Marriott cantava.

I miei dischi preferiti di quel primo periodo sono WIND OF CHANGE[1972], FRAMPTON’S CA-MEL[1973] e FRAMPTON[1975], perché non avevo idee preconcette, e andavo molto a istinto. Non avevo chissà qualiaspettative. Mi limitavo a pensare: ‘Forse questo disco farà un po’ più di rumore’. E poi di colpo quello successivo fu il grande successo”.

Il chitarrista è giustamente orgoglioso di FRAMPTON COMES ALIVE!, il doppio live del 1976 registrato a San Francisco e New York che diventò otto volte disco di platino. Ma continua a dargli fastidio l’idea che i fan siano stati attirati dal volto sognante sulla copertina, più che dalla musica contenuta all’interno o dai musicisti che vi suonavano. “Questo disco per me è molto speciale. Quando lo registrammo, fu grandioso. Ascolta il calore del pubblico: è tutto vero. Con un pubblico del genere, come potevi non suonare in modo favoloso? Ma sono convinto che se non fosse stato per il mio aspetto, la gente l’avrebbe preso più sul serio. E forse non avrebbe venduto così tanto, certo. La domanda che continuo a farmi è: quanti l’hanno comprato per il mio aspetto invece che per la musica? Non lo so”.

“La cosa che mi aiutò davvero fu questo regalo incredibile che mi fece il mio amico David Bowie. Mi chiamò nell’85 o nell’86 e disse: ‘Sto facendo un disco in Svizzera. Ti piacerebbe venire e incidere qualche parte di chitarra per me?’. Rimasi senza parole”.

Corsi in Svizzera e realizzammo il disco [NEVER LET ME DOWN del 1987]. E mentre ero lì, David mi disse: ‘Sto preparando il Glass Spider Tour. Che ne pensi di partecipare?’. E mi mostrò un progetto del tour. Avrebbe potuto avere qualsiasi chitarrista avesse voluto. Credo sapesse che per me era andato tutto a rotoli. Fondamentalmente, mi fece questo dono di rimettermi al mondo e reinventarmi come chitarrista. E questo cambiò tutto per me. Quando tornai, ricominciai ad andare in tour da solo. Il Glass Spider Tour, quello è stato il punto di svolta”.

 

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