O la va o la spacca: Martin Barre ricorda il suo ingresso nei Jethro Tull!

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L’intervista al chitarrista dei Jethro Tull

Un estratto dell’intervista di Dave Everley a Martin Barre pubblicata su  Prog 24, in edicola e on line!

Sei stato tu a cercare la band o sono loro che sono venuti da te?
Un po’ tutte e due le cose. Stavano valutando alcune opzioni, ma si erano dimenticati il mio nome e quello del mio gruppo, quindi non avevano modo di contattarmi. Poi, proprio all’ultimo concerto dei Gethsemane prima di separarci, questo tizio è venuto da me e mi ha detto: “Sei Martin, giusto? Io sono Terry Ellis, mi puoi fare una telefonata domani mattina?”. Mi diede il biglietto da visita e io: “Oddio”. Ero parecchio emozionato. 

Il primo singolo che hai registrato con i Tull, Living In The Past, fu un successo. Lì, hai pensato: “Grande, ce l’ho fatta!”?
In realtà non andò così. I primi concerti con il gruppo furono pessimi. Il pubblico si aspettava il classico blues a 12 battute che conosceva già. E quando ascoltarono le canzoni che avevamo scritto per STAND UP, non erano quello che volevano e a molti non piacquero. La risposta fu veramente negativa. Noi lì per lì pensammo: “Oddio, le cose non stanno andando”. Ian era molto nervoso riguardo alla nuova direzione che aveva intrapreso nella scrittura dei pezzi, e io avevo messo in gioco tutto – se questa musica non fosse piaciuta, avrei lasciato.

Cosa ti ricordi della realizzazione di STAND UP?
Fu emozionante. Le canzoni erano nuove, la direzione anche, non c’era nessun altro che suonava quello stile di musica. C’era certamente una buona dose di ingenuità – stavamo ancora imparando a suonare quella musica insieme e ad essere musicisti migliori. Fu davvero una scoperta per noi. Fu tutto molto spontaneo – un sacco di ansia e nervosismo perché era un album importante. Eravamo molto seri, ma i Jethro Tull si prendevano sempre molto sul serio. Forse troppo, col senno di poi. Non eravamo come gli altri gruppi – non facevamo bisboccia, non facevamo pazzie. Eravamo sempre in tour, sempre a comporre.

Stand Up mi ha dato la libertà

Che ne pensava il pubblico americano di voi?
Gli piacevamo un sacco. Avevano fame di musica britannica. Lì avevi la possibilità di fare grandi cose, ma se ti mettevi il pubblico di traverso erano guai. E loro non sapevano cosa aspettarsi. Molti spettatori pensavano che fossimo degli anziani perché avevano visto la copertina di THIS WAS e credevano che la foto fosse reale: “Ah, e noi che vi credevamo sessantenni!”.

Come ha cambiato la tua vita STAND UP?
Mi ha dato la libertà. Voleva dire che potevo ascoltare la musica e suonare la chitarra quando volevo. Ma nel frattempo stavamo sempre in tour come matti – era come un treno che non si fermava mai. Anche se avevo comprato
una casa in Inghilterra che facesse da quartier generale, non c’ero mai. Non c’era mai il tempo di fermarsi e pensare a qualcosa. C’era la costante pressione di dover migliorare, perché suonavamo con tutti i fenomeni e i mostri dell’epoca – Jeff Beck, Jimmy Page, Hendrix, Paul Butterfly, Chicago. Quello mi mise una grossa pressione addosso perché dovevo migliorare, dovevo sopravvivere.

Che ricordi hai di quel periodo oggi?
Lo amo. Quest’anno sto per fare un tour del 50° anniversario con la mia band, a cui parteciperà anche Clive Bunker. E c’è un altro musicista dei Tull – un musicista molto importante del gruppo, che in questo momento non posso rivelare – che voglio che partecipi. Sarà una grande festa. E per me, STAND UP ne è l’epicentro. Quelle canzoni sono ancora così potenti – è il XXI secolo, sto suonando For A Thousand Mothers ed è ancora un brano favoloso. Funziona ancora alla grande.

L’articolo integrale su   Prog 24, in edicola e on line!

 

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