Intervista a Corrado Rustici e Peppino D’Agostino

Il 28 giugno è una di quelle giornate da segnare sul calendario: oggi, infatti, esce FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD, l’album che fonde il mondo musicale di Corrado Rustici con quello di Peppino D’Agostino. In occasione di questo evento abbiamo voluto intervistare proprio i due compositori, i quali ci hanno raccontato il lavoro di sperimentazione lungo quattro anni che si cela dietro questo disco.

Com’è nata l’idea di questa collaborazione?
P: Io e Corrado siamo amici da molto tempo però i nostri mondi musicali sono un po’ distanti e quindi non avevamo mai pensato a un progetto del genere. Un giorno Corrado ha preso un pezzo che avevo scritto per Sérgio Assad lo ha dissemblato e ha creato un nuovo lavoro aggiungendo un arrangiamento e un testo: da qui è nata The knife of love. Nel momento in cui me l’ha fatta sentire sono rimasto talmente colpito che abbiamo cominciato a pensare di creare altri pezzi. Dopo quattro anni stiamo finalmente uscendo con questo progetto.

FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD è un album ibrido, in cui tu e Peppino avete sperimentato una miriade di generi: suoni ambient, classici, elettronica, progressive, jazz… Cosa ti ha insegnato questo album dal punto di vista strumentale?
C: Il concetto basilare che mi viene in mente in questo momento è “l’approccio minimalista” all’album come chitarrista. Ho imparato a dosare e a cercare il nuovo ruolo della chitarra in un contesto più contemporaneo, ovvero come la chitarra va ad inserirsi nella musica moderna piuttosto che ricalcare, come al solito, dei modelli di sessant’anni fa che sono ormai vecchi e stantii.

Tra tutti gli stili a cui vi siete approcciati durante la realizzazione dell’album ce n’è stato uno in particolare per il quale avete fatto più fatica?
P: Da un punto di vista tecnico il pezzo più difficile per me è stato 3-2-1… A tribute… perché è un pezzo difficile come esecuzione sullo strumento. È stato interessante anche il lavoro fatto su Ice Sculptures, un pezzo molto ritmico in cui Corrado ha inserito una sezione di archi a spezzassero una tensione, una monotonia.

Cos’hai imparato da Peppino D’Agostino e cosa pensi lui abbia imparato da te?
C: Ciò che ho imparato da Peppino è aprirmi di più alle melodie. Lui porta dietro di sé questa grande tradizione melodica italiana, come Ennio Morricone e Nino Rota, che lo contraddistingue dagli altri grandi chitarristi acustici americani ed è ciò che secondo me gli ha dato la popolarità che ha qui in America. Per quanto riguarda quello che Peppino ha imparato da me non te lo so dire, dovremmo chiederlo a lui…

Cos’hai imparato da Corrado Rustici e cosa pensi abbia imparato lui da te?
P: Io sono uno di quelli che quando fa un disco si concentra molto sull’aspetto istintivo, quindi direi che da lui ho imparato ad avere più cura per i dettagli e a cercare di approssimarmi il più possibile alla perfezione per quanto riguarda l’esecuzione, la registrazione e l’arrangiamento. Cos’ha imparato lui da me non te lo so dire, dovresti chiederlo a lui…

Appunto perché non c’è un filo melodico, cosa pensi accomuni i pezzi dell’album?
C: In effetti FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD non è un concept album, bensì un ibrido di mondi: quello di Peppino e il mio. L’unico filo conduttore che abbiamo cercato di seguire è stato quello di non fare i fighi sulla chitarra, abbiamo limitato i virtuosismi e abbiamo creato della musica per quello che ci poteva venire fuori.Volevamo fare della musica che potesse dare dei momenti tipo colonna sonora alle persone che sono all’ascolto.

FOR THE BEAUTY OF THIS WICKED WORLD può quindi essere considerato un “minestrone music”?
P: Puoi chiamare anche questo disco minestrone (ride), però un minestrone diverso perché non è solo il mio ma anche quello di Corrado Rustici. Spero che sia buono da mangiare!

Questo non è un album solo strumentale, infatti al suo interno si trovano due brani cantati che contengono messaggi molto forti e anche parecchio critici: The knife of love e For the beauty of this wicked world (brano che dà il titolo all’album), parlacene…
C: l testi di queste due canzoni sono delle mie considerazioni personali. The knife of love parla di come siamo continuamente testimoni di avvenimenti sconvolgenti, ma nonostante tutte le cose assurde che vediamo ogni giorno torniamo sempre a fare ciò che stavamo facendo prima, dimenticandoci della tragedia che è successa. Siamo inoltre soliti attribuire la colpa di queste ferite sociali a un’entità divina che io chiamo “knife of love”, ovvero un coltello d’amore che ammazza secondo la nostra visione e i nostri concetti. Per quanto riguarda For the beauty of this wicked world, brano che dà il titolo all’album, è un testo che nasce da una specie di visione che ho avuto: mi sono immedesimato nella vita di una donna profuga che si era imbarcata su questi barconi per cercare di avere una vita migliore, andando in un posto più tollerante in cui donne possono essere considerate come esseri umani, dove tutti possiamo avere la chance di vivere… e poi non ce l’ha fatta. Non sono mai solito fare denunce sociali o politiche perché non credo a quelle cose, quindi non è inteso in quel modo. È più che altro una mia interpretazione di ciò che entra nel mio universo privato e che in questo caso non mi fa star bene: non credo che sia una cosa giusta che dopo più di diecimila anni l’esistenza dell’umanità sia ancora in queste condizioni.

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