Woodstock 69: il punto di vista di Martin Scorsese

A 50 anni di distanza, Martin Scorsese racconta la sua esperienza da montatore del film Woodstock:

La priorità degli organizzatori di Woodstock non era certo la comodità o l’incolumità di chi girava il film. Avevano problemi molto più urgenti da affrontare. Non so quanta affluenza si aspettassero per quel weekend, ma di certo non mezzo milione di persone. Ed erano in emergenza praticamente sotto ogni punto di vista: cibo, servizi igienici, assistenza medica. Alcune torrette per le luci minacciavano di crollare e il terreno si stava trasformando in un mare di fango.

Non è un mistero il motivo per cui così tanta gente era arrivata fino a Woodstock: c’era la possibilità di ascoltare tanti grandi musicisti insieme e in pochi giorni. Ma è da sempre un mistero il fatto che Woodstock sia stato un evento pacifico. Voglio dire: sarebbe potuta andare storta qualunque cosa, in qualunque momento. A volte mi guardavo dietro le spalle e pensavo: “E se qualcosa va male? E se una droga non è buona, o lo è troppo, e questa gente decide di caricare il palco?”. Oggi tutti tendono a vedere lo spirito di Woodstock sotto un profilo romantico, ma io penso che incubasse i germi di qualcosa di potenzialmente molto pericoloso.

Credo che ci abbia aiutato (di sicuro ha aiutato me) il fatto che già verso venerdì sera alcuni di noi avessero iniziato a capire che stavamo partecipando a qualcosa che non era un semplice concerto rock ma un vero evento storico. Sabato sera, per utilizzare una frase fatta, “gli occhi del mondo erano puntati su di noi”. Woodstock era su tutti i canali tv e su tutti i giornali, e credo sia possibile che molte persone fra il pubblico desiderassero mostrare il contrasto fra questo raduno pacifico e gli eventi violenti di un anno prima alla convention democratica di Chicago.

Ricordo di aver visto Bob Maurice, il nostro produttore, mentre la musica risuonava altissima dietro di lui, al telefono con gente a cui diceva che questo stava diventando un evento storico e che sarebbero stati folli a non investire nell’impresa. Ricordo anche Thelma, fissa alla console delle luci, che alternativamente parlava con grande gentilezza oppure urlava in faccia a Chip Monck – un tecnico delle luci leggendario – perché illuminasse di più il palco, così che noi potessimo riprendere sequenze decenti dei musicisti. Lui era uno dei pionieri più geniali nel campo dell’illuminazione dei concerti rock, e non aveva la minima voglia di rovinare tutti i suoi effetti speciali, studiati con cura, solo per accontentare un gruppetto di filmmaker sbarbati.

Woodstock, il film, sotto molti punti di vista è stato una scommessa giocata sul filo. Tutte le riprese di questo tipo solitamente lo sono, ma in questo caso ancor di più, visto che all’epoca i concerti rock non erano certo un genere cinematografico accettato come ora.

Questo e tanto altro sull’ultimo speciale di Classic Rock: Woodstock. Lo potete trovare in tutte le edicole e sul nostro store online

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