Il Woodstock italiano? Nel 1976 al Parco Lambro

Il Festival del Proletariato Giovanile che si svolse al Parco Lambro di Milano dal 26 al 29 giugno 1976 non fu solo l’ultimo grande raduno Pop dell’Italia anni 70, ma uno shock epocale e decretò la fine del Movimento.

Fu un vero e proprio terremoto ideologico ed esistenziale in cui il movimento controculturale e i gruppi extrapartitici dovettero ammettere l’impossibilità di intraprendere un progetto comune insieme all’Autonomia, al coordinamento dei Circoli periferici, e al nuovo sottoproletariato. Uno shock epocale che cambiò completamente la struttura delle forze di contropotere, pose fine a tutte le ipotesi antagoniste nate nel biennio 68-69, e con esse anche quell’immenso corpus di collettivi politici e creativi che per oltre sette anni aveva prodotto controinformazione, progettualità e socializzazione, compreso quel sottobosco letterario e musicale che grazie al Movimento aveva potuto veicolare la propria arte in piena libertà espressiva.

Nessuno tra i promotori del Festival avrebbe potuto immaginare ciò che sarebbe successo, eppure già durante i tre mesi della fase organizzativa risuonarono almeno due importanti campanelli d’allarme. Primo: il rifiuto da parte di Comune e Provincia di fornire acqua potabile, energia elettrica e servizio di pulizia. Secondo: l’anomalo comportamento di alcune componenti organizzatrici che “si occuparono di fornire strutture piuttosto che idee” (cfr. Andrea Valcarenghi), e altre che parteciparono a meno della metà delle nove commissioni istituite per gestire l’evento. In particolare, proprio gli stessi Circoli del Proletariato Giovanile che si fecero vedere una volta soltanto: segno che avrebbero presenziato fisicamente al Festival, ma senza alcun coinvolgimento reale.

Morale: solo le commissioni “Servizio d’ordine”, “Segreteria” e “Stampa” vennero integralmente coperte da tutte le forze in gioco, mentre “Animazione”, “Servizi”, “Pronto Soccorso” ecc. rimasero in balìa degli eventi. Un quadro non certo confortante a fronte di un afflusso previsto di circa 100.000 persone, di cui almeno 20.000 stanziali.

La location del Festival fu, come noto, l’enorme Parco Lambro: un’oasi verde di circa 770.000 metri quadri situata a nordest di Milano e attraversata dall’omonimo e inquinatissimo fiume. La tessera per tutte le giornate costava 1000 lire, ma non furono molti a pagarla tenuto conto che l’area della manifestazione non era interamente recintata e i controlli scarsi. 

Ed è così che la mattina di sabato 26 giugno 1976, si aprirono (per così dire) i cancelli dell’ultimo grande raduno della Controcultura italiana.

Il bollettino meteorologico non prevedeva nulla di buono, e infatti proprio nei giorni successivi le piogge avrebbero raggiunto il picco dei loro valori stagionali. In particolare lunedì 28, quando un violento temporale scaricò sui partecipanti 16 millimetri d’acqua e l’umidità superò il 65%. Ma questo forse fu il male minore.

PRIMO GIORNO

Le neonate radio libere Monte Stella, Milano Centrale (di lì a poco Radio Popolare) e Canale 96 trasmettono in diretta l’evento. I concerti serali cominciano alle 23. Apre Gianfranco Manfredi con tre pezzi, segue Ricky Gianco con le sue Un amore, Mangia insieme a noi e la caustica Questa casa non la mollerò, cui fa seguito un apprezzatissimo Eugenio Finardi con Musica ribelle e La radio. La successiva esibizione delle Nacchere Rosse si chiude sotto un violento temporale, che impedisce l’esibizione di Napoli Centrale. Si aspetta che il tempo migliori, e la nottata si chiude tra una goccia e l’altra con i siciliani Taberna Mylaensis. 

SECONDO GIORNO

Il parco è ormai saturo, ed è a questo punto che si aggravano sia i problemi tecnici sia quelli di convivenza tra le varie anime politiche e sociali presenti al Festival. Femministe e donne sole vengono importunate o aggredite; spacciatori ma anche eroinomani subiscono processi sommari, quando non vengono spietatamente picchiati; i senza biglietto vengono cacciati dal parco, spesso con ingiustificata brutalità; un happening gay è interrotto da un gruppo di provocatori e la postazione del F.u.o.r.i. (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) viene completamente rasa al suolo. Le contestazioni al caro-prezzi dei cibi, nel frattempo sciaguratamente aumentati per sfruttare l’enorme afflusso di clientela (una lattina di birra o un insalata di riso vengono portate a 350 lire e i polli arrosto da 700 a ben 1500 lire), cagionano scontri fisici con gravi danni agli stand. 

Stavolta i concerti cominciano, dopo il solito temporale, verso le 21.30 con la cantante celtica Veronique Chalot, accompagnata da un gruppo di musicisti locali ritenuti da molti non particolarmente brillanti. Seguono un’intrigante Jenny Sorrenti, Patricia Lopez e il gruppo jazz-rock degli Agorà, che dà il meglio di sé prima che un ennesimo acquazzone metta nuovamente in fuga gran parte del pubblico. Riprendono sotto una pioggia sottile i Lyonesse, all’epoca a Milano per registrare il loro terzo album, e infine i Napoli Centrale che termineranno verso le due del mattino.

TERZO GIORNO

Visto il perdurare del clima di tensione e dei problemi riscontrati, si instaurano una serie di dibattiti sul fatto di sospendere o continuare il festival, che però si concludono in un nulla di fatto. Il palco si anima verso le 22.30 col trombettista americano Don Cherry, pupillo di Ornette Coleman e per l’occasione accompagnato alla batteria da Toni Esposito. Probabilmente, è uno dei migliori concerti della manifestazione e riesce a riportare un minimo di serenità dopo una giornata nervosa. Seguono la femminista Daniele Cambio, una vulcanica esibizione del Canzoniere del Lazio, Roberto Cacciapaglia, La Strana Officina, il cantautore militante Pino Masi e, a poche ore dall’alba, i progressivi Jumbo. Miracolosamente, non ha piovuto.

QUARTO GIORNO

Sarà stato il clima positivo iniettato dal concerto precedente, o forse la voglia di godersi gli ultimi momenti di un Festival difficile (che molti intuirono non si sarebbe mai più ripetuto), ma la giornata di martedì fu senz’altro la più rilassata di tutte.

Il gran finale live inizia verso le 22 con i non meglio definiti Bambi Melodies (che oso supporre fossero i Bambibanda e Melodie o qualche loro incarnazione), poi un venticinquenne Alberto Camerini solo con la sua chitarra e visibilmente intimidito e i Sensation’s Fix di Franco Falsini. Proiezione sul megaschermo a fianco del palco del Fantasma del palcoscenico di Brian De Palma, poi ancora musica con Pepe Maina, Claudio Rocchi, Paolo Castaldi e i Carrozzone.

Alle due di notte inizia un happening del Living Theatre e, nuovamente sul palco principale, Toni Esposito fresco del suo nuovo album PROCESSIONE SUL MARE. Chiudono gli Area, che snoccioleranno con la consueta grinta Gerontocrazia, Caos (con la famosa performance del cavo elettrico srotolato tra la folla) e l’Internazionale, accolta da un mare di pugni chiusi.

 

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