Gli Who e l’Italia: storia di una lunga latitanza

L’Italia ha avuto la possibilità di assistere a pochissimi live degli Who. Come mai? Con questo articolo cerchiamo di capirne le motivazioni

Come mai gli Who hanno suonato così poco in Italia? Non saprei. Sicuramente eravamo molto amati in altri Paesi, come gli Stati Uniti ma anche Francia e Germania. Forse il nostro essere smaccatamente british ha attratto meno i Paesi mediterranei. Non esiste un motivo preciso, e neppure un complotto”. Questa è la risposta di Roger Daltrey.

Ma la latitanza Who è una lunga questione insoluta. Come osserva Daltrey, gli Who all’epoca dei loro primi live italiani (1967) erano davvero quanto di più genuinamente british il rock potesse offrire. C’erano altre grandi band inglesi, ovviamente, ma intanto qui il Movimento Mod non aveva attecchito e la produzione di Townshend & Soci era all’epoca già sofisticata e, al tempo stesso, venata di doppi sensi. Qualcosa di poco istantaneo per i gusti del pubblico italiano. C’era poi un carisma indubbiamente potente, ma a parte un cantante biondastro ancora un po’ ibrido e un batterista catastroficamente eccezionale, gli altri due non possedevano un particolare physique du rôle. Al loro ritorno, nel 1972, Roger Daltrey non aveva più nulla da invidiare al sexy Mick Jagger, eppure gli Who qui erano troppo “atipici” per la massa.

Oggi il seguito – misurato, ma finalmente conclamato – che gli Who vantano nel Belpaese è legato da un lato a una maggiore conoscenza del loro repertorio (e, in parte, della loro storia), dall’altro una diretta conseguenza del grande interesse suscitato da tutto il classic rock. E così, gli Who negli ultimi anni accendono entusiasmi e, paradossalmente, vantano il seguito che prima mancava. “Suonate forte, anzi fortissimo”, disse il promoter che li portò a Roma nel 1972. Sì, certo. È ciò che facevano. Ma neppure quel tour decollò, non al punto di richiamarli a breve. “Teenage wasteland, it’s only teenage wasteland…”. Quante occasioni mancate, però.

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