Iggy Pop: quando David Bowie gli salvò la vita

THE IDIOT e LUST FOR LIFE furono gli album della rinascita di Iggy Pop: ecco quanto fu fondamentale David Bowie.

Estate del 1975. Appena ventottenne, Iggy Pop si trovava a Los Angeles in uno stato mentale prossimo alla follia, lanciato su un ottovolante di droghe, frustrazione da sogni di gloria infranti e istinti autodistruttivi. Come accaduto qualche anno prima nel periodo seguito alla rottura con la Elektra, a cercare di raccoglierne i pezzi fu David Bowie, che lo invitò ad accompagnarlo nel tour di STATION TO STATION per poi immergersi con lui nella preparazione di un Lp, inciso nell’estate del 1976 tra i dintorni di Parigi, Monaco di Baviera e quella Berlino dove a breve sarebbero nati LOW e HEROES.

Supportato dalla RCA – al tempo anche etichetta del neo Duca Bianco – e ispirato per il titolo a Dostoevskij e per l’immagine della copertina al pittore espressionista tedesco Erich Hecke. THE IDIOT uscì nel marzo 1977, due mesi dopo LOW, e suscitò stupore: nell’anno di Sex Pistols e Clash, la rentrée del “padrino del punk” avvenne con otto canzoni all’insegna di un rock sperimentale metronomico e intriso di suggestioni notturne che di punk non aveva nulla. 

Buoni i riscontri nelle classifiche (n. 30 UK e n. 72 USA), ma con il senno di poi quello che Iggy definì con il solito acume “una via di mezzo tra James Brown e i Kraftwerk” è considerato un mezzo apocrifo di Bowie, che oltre a esserne produttore e autore di quasi tutte le musiche vi suonò tastiere, sax e altro; estremizzando, fu come un test sul campo delle brillanti intuizioni sonore poi sviluppate nella Trilogia berlinese.

Quanto il proposito di redenzione e il desiderio di apparire alive & kicking non fossero un fuoco di paglia fu ribadito a fine agosto da LUST FOR LIFE, ancora per lo più a quattro mani con Bowie, pianificato e immortalato su nastro sempre a Berlino dopo il fulmineo tour di THE IDIOT: lo smagliante sorriso sfoderato in copertina non mente, ma soprattutto non mente una scaletta senza cedimenti composta da nove canzoni nelle quali l’approccio modernista convive felicemente con un maggior brio, accenti rock 'n' roll più marcati e qualche deviazione filo-soul.

L’ombra del Duca incombe ancora ma, al paragone con l’esordio, la personalità di Iggy emerge ben di più, a dimostrazione di un’accresciuta fiducia in sé e nelle proprie capacità di gestione della carriera; la presenza di un brano completamente autografo – il torbido e “scabroso” Sixteen, che attestò come la misoginia di qualche anno prima fosse ormai un lontano ricordo – è in tal senso illuminante, così come lo è la condivisione del ruolo di produttore con Bowie e il tecnico Colin Thurston.

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