Willie Peyote: tutti i retroscena del nuovo disco

Oggi, 25 ottobre, esce IODEGRADABILE, il nuovo disco di Willie Peyote. Lo abbiamo intervistato e ci ha svelato qualche aneddoto…

Che reazione ti aspetti dai tuoi fan rispetto all’uscita di IODEGRADABILE?

Contrastanti. I miei progetti sono sempre diversi l’uno dall’altro, perciò non so mai cosa aspettarmi. Penso che ci voglia del tempo perché lo digeriscano davvero.

Quanto ha influito nel tuo sound il tuo trascorso di bassista in una band punk-rock? Che influenza ha invece avuto il rap nel tuo periodo punk-rock?

Bah, in realtà se vogliamo fare un po’ di cronologia, prima ho scoperto il rap e poi mi sono dato al basso nel punk; sono due cose diverse ma sono due amori che hanno sempre viaggiato parallelamente. Ascoltavo rap quando facevo punk e viceversa. Devo dire però, che in quest’ultimo album, grazie anche alla partecipazione di Danny Bronzini (chitarra) e Luca Romeo (basso), c’è parecchio rock – che non è molto nelle corde di Frank Sativa (il produttore principale dei miei dischi), però è molto nelle mie. Un disco un po’ meno “black” e un po’ più “inglese”.

Ci è sembrato di notare un’attenuazione nel cinismo che da sempre ti contraddistingue. Per esempio nel brano La tua futura ex-moglie, nonostante ci sia sempre la sua dose di cinismo, comunque parli di matrimonio. Poi sappiamo che ti sei commosso guardando le balene… Stai preparando il terreno per pezzi più “teneri”?

Più di Semaforo, che è già oltre i miei standard di tenerezza, non credo (ride). Più di così non accadrà, è stata già un’esperienza unica nel suo genere. Sarà che il cinismo si è attenuato dopo la nascita delle mie nipotine, il diventare vecchio ufficialmente… Però di base sono sempre il solito vecchio stronzo.

Che ricordo hai della prima volta in cui hai buttato giù un pezzo rap? Ti è venuto naturale o hai fatto fatica?

Il primissimo pezzo rap l’ho scritto quando andavo le medie e, ti dirò, non ho fatto fatica. Ho sempre utilizzato questo metodo: prendere spunto da ciò che mi piaceva, capire come era stato fatto per poi renderlo similare. Dopodiché col tempo ognuno trova una chiave tutta sua. Quindi direi che non mi è mai sembrato difficile scrivere, mi è sembrato complicato scrivere come volevo, ma scrivere in generale no.

E adesso, invece?

Ora scrivo con più scioltezza ma mi pongo molte più domande perché cerco di portare le cose che scrivo a un livello che non è così naturale. Faccio più fatica a scegliere il tema del pezzo, come trattarlo, quante sfaccettature posso approfondire… Quindi paradossalmente è più difficile adesso.

Quanto credi sia importante la denuncia sociale attraverso la musica (in questo periodo storico soprattutto)?

Penso sia importante nella misura in cui una persona sente il bisogno di mostrare la propria coscienza politica (se ne ha una!). Scrivere di società e di politica non essendone interessati è peggio che non farlo. Io personalmente non potrei fare altrimenti, è probabile che questo mio bisogno si sia sviluppato anche grazie alla musica che ho ascoltato in giovane età e che quindi mi ha formato: i 99 Posse, i Rage Against the Machine, Frankie hi-nrg…

C’è stato qualche episodio in cui sei stato punito dalle tematiche che esponi?

Mi rendo conto di essere un personaggio politicamente non comodissimo e questo potrebbe causarmi dei problemi, soprattutto ora che mi sto affacciando a un panorama completo, quindi anche emittenti radiofoniche di un certo tipo… Nel caso in cui dovessero scatenarsi dei dibattiti li prenderei come delle medaglie, se pensano che io sia politicamente pericoloso per i loro standard vuol dire che sto lavorando bene! Per esempio, il giornalista Belpietro se l’era presa molto quando sono andato da Fazio a cantare Io non sono razzista ma… e quella è stata la prima medaglia che mi sono appuntato. Spero ne arrivino molte altre!

Quali sono stati gli album più importanti della tua vita?

Per quanto riguarda il panorama italiano TURBE GIOVANILI di Fabri Fibra, SUBSONICA dei Subsonica e 950 di Friz Da Cat. Poi, in generale, il primo disco degli Arctic Monkeys, WHATEVER PEOPLE SAYS, THAT’S WHAT I’M NOT che mi ha assolutamente sconvolto, ho ascoltato molto anche i Red Hot Chilli Peppers, i Nirvana e il rap americano…

A proposito dei Subsonica, cosa ti ha lasciato l’esperienza con loro?

Fare un tour con loro e vederli organizzare uno spettacolo del genere (anche dal punto di vista di come si lavora dietro il palco, come lavora la squadra tecnica e di produzione) è stato come fare un Master, poi per me è stato come essere chiamato dalla primavera a giocare in serie A. Alla fine, in ogni cosa che si fa si impara qualcosa, persino quando ho lavorato nel Call center (che è stato un lavoro orribile) ho imparato moltissimo dal punto di vista della comunicazione e probabilmente senza quell’esperienza non scriverei come scrivo oggi. Da lì ho capito che tutto può essere importante purché lo si prenda nel modo giusto.

Già solo dai titoli dei tuoi ultimi due album (EDUCAZIONE SABAUDA e SINDROME DI TÔRET), capiamo quanto sia importante Torino per te. Quanto ha influito questa città nella tua crescita artistica? E chi sarebbe Willie Peyote senza Torino?

Penso che sarei totalmente un’altra persona. Alla fine il luogo in cui cresci, nasci e ti formi inevitabilmente ti cambia, però non saprei quantificare quanto. Però nell’ultimo disco i riferimenti alla città sono limitati, non voglio diventare un artista troppo attaccato al territorio.

Il fil rouge del tuo prossimo album è “il tempo”: lo vedi più come un amico o come un nemico? Qualcosa di cui avere paura?

Io nella vita l’ho visto sempre come un nemico, il concetto di tempo mi ha sempre generato un po’ di ansia: la paura che le cose finiscano, il fatto che passi troppo in fretta e ti sfugga dalle mani… Nel disco cerco di affrontare questo tema in realtà in maniera un po’ più generica, sotto diverse sfaccettature del nostro rapporto col tempo e con la fine delle cose.

“Non basta ascoltare la musica per farti un’idea su di me” (dal brano Truman Show), in effetti è una trappola in cui caschiamo spesso. E tu, quanto hai deciso di mostrare di te attraverso la tua musica? E quanto stai cercando di tenere nascosto?

Tutto quello che mostro di me è vero, non c’è nulla di artefatto. Ma in ogni caso non ho mai pensato di mostrare di più, sono abbastanza e riservato sotto questo punto di vista. La mia vita personale può essere affrontata nelle canzoni, ma poi non la metto in piazza o sui social. Per esempio, la relazione di cui si parla nel disco è stata una relazione molto importante per me, e oltre a due brani che ne parlano, non l’ho mai pubblicizzata. Posso dire che La tua futura ex-moglie è uno dei pezzi più personali che io abbia mai scritto. Cerco di raccontare quello che può essere più interessante nella misura in cui può dare spunti di riflessione.

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