Questo non è un mestiere serio: Fabrizio De Andrè e le storie di “Rimini”

De André, Vinile, Intervista, Stonemusic, Roberto Manfredi, Rimini

Il 2 maggio 1978, a tre anni da VOLUME 8, Fabrizio De André pubblicò RIMINI. Per presentarlo nel migliore dei modi, la Ricordi pensò di distribuire alle radio private un’intervista esclusiva realizzata appositamente, poi per qualche motivo cambiò idea.

E quella chiacchierata intima e ricca di spunti rimase per 31 anni nell’archivio di Roberto Manfredi. Fino a oggi.

Quello che ho notato subito sentendo il disco è che è molto differente da tutti gli altri tuoia lbum, c’è una diversa atmosfera, più spazio alla musica, una chiave differente di comunicazione…
Sì, credo che tu abbia ragione, i motivi possono essere fondamentalmente due, prima di tutto non l’ho scritto da solo m atutto quanto insieme a Massimo Bubola,un giovane cantautore che probabilmente ha dedicato più attenzione di me alla musica, ma credo che non sia solo questa la ragione per cui lo senti diverso, finalmente non mi prendo così sul serio come in passato. Il disco dà anche l’idea che mi prendo un po’ per il culo.
Sì, c’è una certa autoironia, estranea ai tuoi dischi precedenti…
Ti dico la verità, penso sia venuta fuori perché non sono più costretto, almeno da un punto di vista psicologico, perché in realtà non è che io possa pensare che la famosa azienda agricola di cui si va cianciando mi possa dare dei frutti, per adesso ci sto mettendo dei soldi, però psicologicamente sono molto più libero dai lacci della canzone di quanto non fossi prima. Non considero più la canzone il mezzo per risolvere i problemi esistenziali spiccioli come vestirmi e mangiare. Sono più libero, tranquillo e canto soprattutto quando mi diverto, qui si sente che in questo disco ci siamo divertiti.Credo si possa percepire no? Dimmelo tu.
Sì, la prima cosa che ho notato è proprio un senso di freschezza, anche di allegria… A parte uno o due brani. In RIMINI ci sono novità assolute come la traduzione del brano di Dylan, Avventura a Durango. Sembra un’ironia anche nei confronti dello stesso Dylan… 
Be’, diciamo che questo è un disco fatto da piccolo-borghesi per piccolo-borghesi, anche se non è che io voglia coinvolgere in questa definizione Massimo Bubola che è troppo giovane per poterlo considerare inserito in questa classe o interclasse. Invece io da piccolo-borghese quale sono, mi è sembrato che questo racconto di Dylan avesse tutti gli ingredienti per poter piacere alla classe piccolo-borghese, la storia di due emigranti messicani che vanno in America, lui uccide un collega rivale poi se ne torna indietro con questa Maddalena. Poi si parla in napoletano anche per far capire meglio quella che è la situazione degli emigranti qui in Italia, nell’inciso io ho cercato di trasportare il concetto equivalente in italiano ed è venuto fuori il dialetto napoletano, sembra uno di quei fumettoni che puoi vedere su «BoleroFilm» oppure come una cronaca rosa-nerasu «Stop», insomma un fumettaccio.

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