Era un bastardo immortale: ricordando Tom Petty

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Tom Petty era uno scontento naturale, col suo giubbotto nero da motociclista e quel ghigno perennemente stampato sul volto.

“Chiamatemi punk e vi sgozzo. Dico sul serio. Non scherzo su queste cose”. Ai vecchi tempi, non ci voleva molto per far incazzare Tom Petty (di cui vi avevamo di recente proposto l’ultimo video inedito, clicca qui per guardarlo). Era uno scontento naturale, col suo giubbotto nero da motociclista e quel ghigno perennemente stampato sul volto. O almeno, questa era l’impressione che il mondo ne ricavò dalla foto di copertina dell’omonimo disco d’esordio del suo gruppo, TOM PETTY AND THE HEARTBREAKERS.

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Venne fuori che quell’immagine non era molto lontana dalla realtà: Petty aveva una tolleranza bassissima per le cazzate, e i continui tentativi di incasellarlo nel movimento punk rock di certa stampa gli stavano facendo pericolosamente ribollire il sangue. Durante un’intervista concessa nel novembre 1977 alla rivista di Los Angeles «Back Door Man», alla fine sbottò: “Sono solo cazzate. Fin dall’inizio, per il solo fatto che ho un giubbotto di pelle, mi hanno definito punk. Non usate quel termine. Non mi piace. Non voglio entrare nel giro di nessuno. Io ho il mio giro. Sto in un gruppo rock’n’roll”.

Petty non era punk. Però era un eterno ribelle. Ha condotto tutta la sua carriera seguendo le sue regole, non ultimo il suo braccio di ferro con l’industria musicale e il suo determinato rifiuto a farsi trasformare in qualcosa che non voleva essere.

Petty aveva ragione anche su un’altra cosa: stava in un gruppo rock’n’roll, probabilmente il più grande a cui l’America abbia mai dato vita.

Gli Heartbreakers non erano costruttori di miti come Bruce Springsteen & the E Street Band, o guerrieri/poeti mistici come i Doors, o desperados incrostati di cocaina come gli Eagles. Lo stesso Petty era molto più complesso e ricco di quanto non lasciasse intendere la sua immagine svagata e noncurante, ma per come la vedeva lui, aveva una missione da compiere.

E la realizzò meglio di chiunque altro. “Sapeva scrivere come nessuno, sapeva cantare come nessuno, e ha tenuto assieme questo gruppo per oltre 40 anni”, dice oggi il tastierista degli Heartbreakers Benmont Tench, per oltre 50 anni amico di Petty. La figlia più giovane di Petty, Annakim Violette, offre una definizione ancora più chiara e colorita: “Era un bastardo immortale”.

Uno dei motivi principali per cui le canzoni di Petty hanno risuonato nei cuori di così tante persone nel corso degli anni è perché riusciva a immedesimarsi senza sforzo con gli ultimi, gli emarginati. ‘Even the losers get lucky sometimes’, cantava in Even The Losers, da DAMN THE TORPEDOES, il disco che nel 1979 gli diede il successo.

Petty non era un perdente, ma poteva benissimo esserlo. Crebbe a Gainsville, Florida, in un ambiente familiare particolarmente duro. Suo padre, Earl, un ex pilota militare USA mezzo Cherokee alcolizzato, sfogava le sue frustrazioni sul giovane Tom sia verbalmente che fisicamente, riempiendolo spesso di lividi.

“Quando era in giro, me la svignavo”, rivelò Petty alla rivista «Men’s Journal» nel 2013. Secondo Annakim Violette, suo padre si portò per tutta la vita le cicatrici dell’infanzia. “Fu molto dura per lui convivere con quel dolore, quell’orrore, venire da una famiglia così povera e ignorante”, sostiene la ragazza. “Credo che superò molti traumi della sua infanzia guardandosi attraverso gli occhi dei personaggi delle sue canzoni. Credo che in loro trovò un luogo sicuro”.

Petty avrebbe lottato contro la sua rabbia interiore anche da adulto. “Posso dare di matto come un pazzo”, ammise. “Qualsiasi autorità con cui non mi trovi d’accordo, può farmi saltare i nervi”. Alla fine, dovette seguire una terapia per gestire la sua rabbia. “Ringrazio tutti quelli che si sono dedicati a me così tanto a lungo”, disse.

Da ragazzo, per lui la musica fu un rifugio. Come molti baby boomer [la generazione nata dopo la Seconda guerra mondiale, NdR], i suoi primi anni ebbero per colonna sonora il rock ’n’ roll.

Nel 1961, quando Petty aveva 11 anni, uno zio lo portò a vedere Elvis Presley che stava girando il film “Follow That Dream” in Florida. “Elvis brillava”, ricordò, anche se non riuscì a incontrare faccia a faccia il Re.

Fu però la British Invasion a galvanizzarlo: “I Rolling Stones furono il mio punk”, disse in seguito, quando ormai la sua antipatia per quella parola si era addolcita. Suonò in alcuni gruppi della zona dove viveva – i Sundowners, gli Epics – prima al basso, poi alla chitarra e alla voce.

Don Felder, futuro chitarrista degli Eagles anche lui nativo di Gainsville, lavorava in un negozio dove Petty prese lezioni di chitarra. “Sul palco Tom aveva un carisma incredibile”, afferma oggi Felder. “Cantava molto alla Bob Dylan, con una voce di naso, quasi lamentosa. Ma lo faceva con una convinzione assoluta, e il fatto di metterci talmente tanto impegno ti conquistava”.

Il primo passo davvero serio verso il successo Petty lo fece con i Mudcrutch, gruppo dal nome davvero infelice. Petty li formò nel 1970, assieme a due ragazzi del posto, tra cui il futuro chitarrista degli Heartbreakers Mike Campbell. Benmont Tench, tre anni meno di Petty, ricorda di essere stato invitato a vederli suonare in un locale nell’estate del 1971. “Andai e: ‘Cazzo, li adoro’”, dice oggi. “Da quando li vidi in quel bar desiderai solo una cosa: suonare con loro“.

 

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