Intervista a Lino Vairetti: la nascita dell’uomo del prog

L’intervista esclusiva a Lino Vairetti su musica, formazione e arte.

Il 26 ottobre scorso, Lino Vairetti – musicista, cantante, scultore, fotografo – ha compiuto 70 anni; nel 2020, cade il cinquantennale della sua storica, leggendaria formazione Osanna. Nemmeno per un attimo ha pensato di non festeggiare, e l’ha fatto con iniziative pubbliche che hanno coinvolto tutta Napoli e tutti i suoi fan. Per il compleanno, grande happening il 30 ottobre a Forcella, il quartiere in cui è nato. In un ex cinema, ora diventato centro sociale, Vairetti per l’occasione ha fatto stampare 250 copie numerate di un album venduto al prezzo popolare di 10 euro, e il ricavato è servito ad acquistare oggetti necessari alla struttura. Per il mezzo secolo degli Osanna, un nuovo disco, IL DIEDRO DEL MEDITERRANEO, naturalmente in vinile. In uscita, infine, un docufilm di Deborah Farina tutto dedicato a lui (non se ne conosce ancora il titolo, ma il sottotitolo sì, L’uomo del prog) e un libro.

Tua madre era camiciaia e ha fatto molte camicie per gli artisti.

La chiamavano “la camiciaia degli artisti”. Disegnava benissimo, ma le guerre l’avevano costretta a interrompere gli studi. Divennero suoi clienti alcuni artisti d’avanguardia napoletani, come Gianni Pisani, Augusto Perez e Gerardo Di Fiore. Era una donna che a quell’epoca… portava i capelli metà bianchi e metà neri, e io, che avevo dieci anni, fui colpitissimo da questo look, che sicuramente mi influenzò. Prima di diventare famoso, Lucio Battisti venne a Napoli per un po’ di mesi. Suonava con I Mattatori, che erano clienti di mia madre, e così pure lui si fece fare da lei la camicia. Mi ricordo “il collo Battisti” come “il collo Perez”: ogni cliente aveva il suo collo preferito, che mia madre teneva in cartone. Lei e mio padre erano stati legati ai fascisti, ai balilla. Ma poi lei diceva: “Approvo i capelli lunghi che sono simbolo di libertà, e se avessi la vostra età anch’io sarei comunista come voi e metterei le minigonne”. La sua apertura, la sua capacità di dialogo ci ha aiutato molto, a me e a tutti quelli che frequentavano la sua casa.

Ti sei diplomato all’Accademia di Belle Arti, hai insegnato scultura, sei anche un bravo fotografo. Come è avvenuto il passaggio arti figurative-musica?

Sono stato catturato dal virus di quel periodo, strimpellavamo tutti. Comprai una chitarra coi soldi risparmiati da quelli che mi dava mia madre per le merende. Pur non studiando musica, iniziai a mettere su il primo gruppo, The Shades, quando avevo quindici anni, quindi I Volti di Pietra, che fu una bella realtà napoletana con Lino Aiello che poi andò nel Balletto di Bronzo, Carlo Fagiani alla batteria, Enzo Petrone al basso (che successivamente sarà anche negli Osanna). Facevamo cover di Kinks, Doors, Deep Purple. Tante formazioni: ci scioglievamo e rimettevamo insieme. Eravamo molto amati a Napoli, pur non avendo una produzione nostra. Nel ’68, mettemmo su I Collegiali, prima di riformare I Volti di Pietra in cui entrò anche Gianni Leone, conosciuto in funicolare, e poi nel ’69 Città Frontale, con Leone alle tastiere. Avevo cambiato un po’ tutto, perché mi ero scocciato delle cover. Ero diventato anche amico di Danilo Rustici, che come me aveva una voglia matta di creare un repertorio personale. Con Danilo, Massimo Guarino (compagno all’Accademia) alla batteria, Nello Brandi al basso e Leone all’organo, assemblammo un repertorio che diventò L’UOMO degli Osanna, il nostro primo Lp. Un bel successo a livello di Napoli e provincia. Poi Leone, che era più dark, voleva cantare, non amava il nostro repertorio e in particolare sentiva L’uomo un brano tro-po melodico, uscì giustamente dal gruppo, anche se rimanemmo e tuttora siamo molto amici. Al suo posto arrivò Elio D’Anna al flauto e ai sassofoni, perché vedendo i Jethro Tull avevamo pensato di inserire altri strumenti, di fare un sound molto più crudo che desse una connotazione più forte alla band.

Nel 1970 nascono gli Osanna e nel 1971 viene prodotto L’UOMO, un album concept. Fu un successo notevole.

Danilo aveva portato un disco di un gruppo di sperimentazione e improvvisazione, Nuova Consonanza (formato a Roma nel ’64 da Franco Evangelisti), in cui c’era Moricone alla tromba, e così iniziammo a fare musica concreta e sperimentale, ad ascoltare Varèse. Ma alla fine prese il sopravvento il rock, insieme allo spirito esistenzialista vicino a Sartre che respiravo in Accademia. Bideri, che allora era il più grosso discografico e attualmente è uno dei più importanti editori italiani di musica, aveva gli Showmen 2 che anteponeva a noi perché erano più pop, per cui, dato che gli Showmen ritardavano, ritardava anche il nostro disco. Allora con D’Anna andammo a cercare nuove soluzioni a Milano. Elio ci aiutò a prendere contattici indirizzò a Pino Tuccimei, che stava organizzando Caracalla, ci andammo e fummo, letteralmente, osannati. Ci eravamo presentati con le maschere, e già per questo destammo curiosità. In più, avevo un sintetizzatore artigianale costruito da Danilo, fatto con tre oscillatori elettronici messi in una scatola originale del brandy Stock 84. Avevo anche un Echorec Binson, che creava atmosfere psichedeliche. Due giorni prima, il 5 maggio, era scomparso all’improvviso mio padre e io non avrei voluto suonare, ma fu mia madre a convincermi, il 6, durante le esequie. Mi disse che dovevo andare a Roma, che lei e papà erano felici della mia musica. Il giorno stesso cucì per me i sai, delle tuniche di stoffa colorate che utilizzammo come nostro look e che da quel momento sono diventati un nostro tema ricorrente.

Il trucco, le maschere, i vestiti con cui vi presentate sul palco. Come nasce tutto questo, che significato ha? Sembra che abbiate ispirato anche il look di Peter Gabriel…

All’inizio volevamo entrare nella famosa maschera pirandelliana, essere cioè personaggi in scena e persone fuori dalla scena. Cantavamo con versi non usuali nel linguaggio comune, rappresentavamo un discorso di controcultura e le maschere furono dedicate a Pablo Picasso, di cui ero innamorato. Prendevamo spunto dai suoi quadri: ciascuno di noi sceglieva le “sue” macchie di colore con cui giocare. Poi il saio, veste semplice ed economica che andava bene anche col nome Osanna. Una ragazza ci aiutò col trucco, quando cominciammo a truccarci, ma presto ognuno si creò il proprio volto. Renzo Arbore ci definì “i Pulcinella rock”, cosa che ci mise un po’ in crisi: tutti eravamo iscritti al PCI, Danilo, amando Hendrix, nei suoi assoli faceva Avanti popolo, richiamando Jimi a Woodstock con la sua covedell’inno americano… Quella definizione di “Pulcinella rock” ci spiazzò davvero, perché come tutti i giovani contestavamo la cultura imperante, rifiutavamo le nostre tradizioni. Invece poi, da ragazzi che volevano sempre scoprire di più, l’intuizione di Arbore ci portò a studiare il nostro dialetto, la nostra tradizione popolare, e ce ne innamorammo. Per quanto riguarda Peter Gabriel, sì, che abbia preso ispirazione da noi è stato lui a dichiararlo. Ci aveva visti e gli eravamo piaciuti moltissimo. Col nostro manager, Maurizio Salvatori, eravamo in tour con i Genesis nell’agosto del 1972. A Genova, a teatro, Gabriel ci aveva osservati da dietro le tende mentre ci esibivamo, ci aveva fatto un sacco di complimenti. Fatto sta che fino ad allora non si era mai truccato, dall’anno seguente prese a farlo. Ma anche noi probabilmente ci siamo ispirati a qualcuno, magari non essendone del tutto coscienti: ad Arthur Brown, o ad Alice Cooper, che a sua volta si era ispirato ad Arthur Brown.

L’intera intervista la trovi all’interno di Vinile 24, in edicola e in digitale.

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