Perchè ascoltare THE RISING di Bruce Springsteen oggi?

Un disco ricco di sofferenza e di speranza. In questi giorni sospesi dal Coronavirus, il dodicesimo album in studio di Springsteen risuona più potente che mai.

Era l’11 settembre 2001. Tra i pennacchi di fumo e il panico diffuso, una macchina sfrecciava al largo dell’Ocean Boulevard e abbassava il finestrino. “Bruce, abbiamo bisogno di te!”. Lo racconta Springsteen nella sua autobiografia, ripensando alla tragica mattina in cui tutto, in America, cambiava per sempre. 

Nel luglio 2002 uscì THE RISING, dodicesimo album in studio. Bruce si proponeva di raccontare un’America ferita, colpita per la prima volta dritta al cuore. Aveva scritto 15 canzoni con cui lanciava alla popolazione spaventata l’invito a “risalire”, proprio quando a questa sembrava di non riuscire a smettere di precipitare. Per l’occasione, dopo 18 anni dai tempi di BORN IN THE U.S.A., aveva pure riunito la E Street Band, trasformando la voce solista in un coro di speranza. 

Cosa ha da dirci oggi un disco come questo?

Mancanza, paura, timore e voglia di ricominciare. Anche l'Italia, oggi, si è scoperta vulnerabile. Mentre sui balconi si agitano striscioni, danze, e sui social network spopola l'hashtag #andràtuttobene, c'è anche chi l'inno non lo vuole sentire, perché sta cercando di piangere in silenzio quel morto che gli è stato portato via senza nemmeno una carezza.

I woke up this morning
I could barely breathe
Just an empty impression
In the bed there you used to be
I want a kiss from your lips
I want an eye for an eye
I woke up this morning to an empty sky.

Non poteva esserci allora brano più azzeccato di Empty Sky, che accanto a You're Missing suggerisce come la sofferenza sia innanzitutto mancanza. In questi giorni, con il Coronavirus, ce ne siamo accorti più che mai. Mancanza di conforto o di sostegno, o mancanza della persona cara che si è sempre avuta accanto. Il dolore assume spesso la forma di un vuoto senza confini, come il vuoto che, nel 2002, non avrebbe mai più potuto colmare Ground Zero.

Tra le immagini che colpirono Springsteen quel tragico 11 settembre ce n'era una in particolare: quella dei soccorritori che salivano le scale, mentre gli altri le scendevano di corsa per salvarsi.

Quale senso del dovere, quale coraggio c'era dietro quell'ascesa verso... che cosa? È chi accetta un simile rischio ogni giorno a garantirci una vita sicura e protetta. 

Into the Fire è un sentito ringraziamento verso i più di 400 soccorritori, tra vigili del fuoco e paramedici, che morirono per portare aiuto alle persone intrappolate tra le fiamme. Non solo un ringraziamento. Il ritornello della ballata è una commossa preghiera, la stessa preghiera, intensa, che si leva anche dalla splendida My City of Ruins, scritta due anni prima dell'attentato e riadattata in seguito.

May your strength give us strength
May your faith give us faith
May your hope give us hope
May your love give us love.

Tra i soccorritori del 2002 e quelli del 2020 poco è cambiato. Per loro: medici, infermieri, volontari, sono gli applausi delle dodici dai balconi; per loro, oggi, la canzone di Springsteen.

Ecco allora arrivato il momento della titletrack. Terzultima traccia dell'album, The Rising condensa in quasi cinque minuti tutti i messaggi di speranza disseminati qua e là nel disco, invitando gli americani feriti non a dimenticare quello che c'è stato, ma a stringersi l'un l'altro per superarlo, per "risollevarsi".

I see you Mary in the garden
In the garden of a thousand sighs
There’s holy pictures of our children
Dancin’ in a sky filled with light
May I feel your arms around me
May I feel your blood mix with mine
A dream of life comes to me
Like a catfish dancin’
On the end of my line.

Nella sua autobiografia, il cantautore ha rivelato di essere rimasto colpito da quell'uomo misterioso che, la mattina dell'11 settembre, prima di correre via nell'auto, gli aveva chiesto aiuto. Di fronte a quella richiesta, si era accorto di come anche lui avesse bisogno di qualcosa. Era corso a casa dalla moglie e dai figli. E poi aveva scritto una canzone.

Avevo fatto ricorso all'unico linguaggio con il quale abbia mai saputo scacciare le paure della notte, reali o immaginarie che fossero. Non potevo fare altro.

Ovviamente, la musica non è né potrà mai sostituire il vaccino che cerchiamo contro il virus che sta attaccando le case di tutto il mondo. Ma il canto di speranza che Springsteen ci ha lasciato nel 2002 merita di essere ascoltato e riascoltato. Quanto meno perché, quasi vent'anni dopo il dramma che abbatté l'America, ci spinge di nuovo a "mettere le braccia l'uno attorno all'altro". Sì, anche virtualmente.

Ci dà la forza di testimoniare che dal buio si può uscire, e anche il coraggio di ringraziare chi combatte. Riempie quel silenzio che c'è fuori, e che fa così paura.

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