Bruno Lauzi e la sua Genova: un legame inscindibile

Poeta, scrittore e cantautore, Lauzi mise in ogni sua opera una parte di sé e, nella sua ricerca artistica, si lasciò guidare dai vicoli di Genova. 

Quanto è importante la terra natia nella visione artistica di un uomo? A volte, l'arte subisce variazioni bizzarre per assecondare i desideri del proprio creatore. Così fu per Bruno Lauzi, il cui percorso musicale, soprattutto agli esordi, fu molto connotato dal proprio spirito di appartenenza a una determinata città: Genova

A ben vedere, Lauzi non nacque a Genova, bensì nella colonia italiana di Asmara, in Eritrea. Ancora molto piccolo, però, si trasferì con la famiglia nel capoluogo ligure e lì rimase per gran parte della propria giovinezza. E si sa, le città di mare, forse per il loro essere perennemente malinconiche, lasciano sempre un'impronta profonda nell'animo di chi le vive.

Quando Lauzi era un giovane adulto – verso gli anni 60 del secolo scorso – Genova era tutta un pullulare di nuovi esperimenti, nuovi modi di fare musica, o meglio, di esprimersi. Ricordiamo la scuola genovese dei cantautori di cui fanno parte, oltre a Lauzi, anche De André, Gino Paoli e Luigi Tenco. Tenco, per esempio, fu compagno di banco del giovane Lauzi nello stesso ginnasio. Poi, condividendo la stessa passione per il jazz, i due decisero di formare un gruppo insieme, la prima esperienza artistica per Lauzi. 

Passarono poi diversi anni prima che Lauzi si decise a dare il via alla sua carriera da cantautore. Nel 1962, pubblicò i suoi primi due inediti sotto lo pseudonimo di Miguel e i Caravana. Entrambi i brani sono scritti e cantati interamente in dialetto genovese, anche se arrivati direttamente su un volo dal Brasile. Forse, complice il ritmo sostenuto e allegro delle due canzoni, molti pensarono che Lauzi stesse cantanto in portoghese. Ecco O Frigideiro, ovvero, il frigorifero: un oggetto che stava iniziando a prendere ampiamente piede nell'Italia dell'epoca e di cui Lauzi fa l'ironico e inconsapevole protagonista del proprio brano. 

Non fu l'unico a pensare all'espediente del dialetto per i propri pezzi: anche se con un intento differente e diversi anni dopo (precisamente nel 1984) anche De André pubblicò un disco interamente cantato in genovese dal titolo CRÊUZA DE MÄ. In questo caso, l'intento era quello di trasmettere all'ascoltatore quei suoni propri del mar Ligure, di darne una rappresentazione sonora, come se si trattasse di un dipinto fatto di suoni. Non a caso i due artisti condividevano visioni simili in fatto di musica e, soprattutto, le stesse, forti radici

Oggi le sperimentazioni musicali continuano e vanno a gonfie vele. In pochi, però, se la sentirebbero di riproporre dei propri pezzi in dialetto e non per un progressivo allontanamento dalla propria terra d'origine ma, forse, più per un minore uso del dialetto, quasi del tutto scomparso, in alcune zone, dalla vita quotidiana. Nonostante questo, anche un ascoltatore moderno può capire cosa ci fosse dietro quella scelta un po' bizzarra: una bella dichiarazione di appartenenza e una buona dose di ironia.

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